sabato 6 novembre 2010

Quattro passi... con Ben - Sedicesima puntata

Lei non mi respingeva mai, così iniziammo a cercarci a vicenda e tutti pensavano che fossimo fatti l’uno per l’altra, ma non era così, perché lei stava con un ragazzo che aveva conosciuto al mare, all’Isola d’Elba, dove trascorreva vacanze estive.
Era molto determinata in quella relazione.
“Non puoi stare con quello là, Sabrina” le dicevo ogni tanto. “Non vi vedete mai, che amore è? Il tuo amore è frutto delle vacanze, ti sei innamorata di quei momenti, ma le vacanze sono finite ormai.”
“La lontananza rafforza l’amore” mi rispondeva.
Io non ero d’accordo. Credevo nei rapporti che hanno una continuità e una presenza giornaliera, reale, terrena. Per me era vero il proverbio “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.”
Alcune volte uscimmo insieme, altre ci ritrovammo a casa sua per studiare. Le telefonate fra noi si sprecavano. Eravamo come fidanzati senza esserlo e non sopportavo quella situazione. Lei si mostrava sempre disponibile, ma pensava sempre al suo ragazzo. Secondo Raffaella, che era diventata la sua amica intima, eravamo una coppia perfetta, solo che Sabrina...
“Raffa, non capisco” le chiesi cercando conforto.
“Non le sei indifferente” disse.
“Questo lo so, ma cosa sono per lei? Per me non è solo un’amica, non una come le altre. Io le voglio bene, capisci? E non credo che lei sia innamorata di quell’altro, credo invece che sia innamorata dell’avventura che hanno avuto in vacanza.”
“Ti sbagli, sono due anni che stanno insieme.”
“Ti sbagli, sono due anni che si vedono solo per due settimane. Dai, Raffa, tu ci credi a quel rapporto?”
“Solo il tempo lo dirà se è solido.”
“Il tempo dirà che ho ragione io, ma allora chissà dove saremo!”
“Non te la prendere, anche lei ti vuole bene…”
“Sì, sono un amico, e niente più.”
“Ti pare poco?”
“No, ma non mi basta. Anzi, forse sono solo un rimpiazzo, un tappabuchi fino a quando lei corre da lui, all’Elba!” feci un cenno di stizza.
La mia ultima carta da giocare era quella di uscire allo scoperto e dichiararmi apertamente, per sapere una volta per tutte quali fossero le sue intenzioni, rischiando il tutto per tutto.
Avevo deciso che il momento giusto sarebbe stato in gita, a Pompei e sulla Costa Amalfitana. In assemblea di classe avevamo deciso per quei luoghi, per la durata di due giorni. Volevo giocarmi le mie carte in quell’ambiente fuori dal comune, forse perché l’aria della vacanza influenzava le sue scelte, forse perché dire di no davanti a un panorama marino sarebbe stato più difficile, in un contesto ed in un’atmosfera dagli aspetti irripetibili.
Quando comunicai ai miei genitori che la gita avrebbe avuto la durata di due giorni, ebbi come risposta: “No, non se ne parla nemmeno; due giorni sono troppi e poi non ci sono i soldi per pagare la gita. Ma come vi è venuto in mente di andare laggiù? Non potevate scegliere un posto più vicino e per un solo giorno?”
Ogni tentativo per far cambiare idea ai miei fu inutile.
Ero pieno di rabbia, non riuscivo a smaltirla, ma ero incapace di dare fondo alla mia frustrazione ed aprirmi del tutto. Incassai e mi rinchiusi nella vecchia Horizon, l’auto di mio padre, e ci restai per tutto il pomeriggio. Pensavo e ripensavo a quel “NO” senza darmi pace. Lo sentivo ingiusto, perché non capitava tutti i giorni di andare in gita in posti così belli e così sconosciuti per me. Non uscivo quasi mai, né da solo, né con gli amici, né con i genitori che di domenica lavoravano. Non ero mai andato da nessuna parte se non con la scuola, ed ora dovevo restare a casa.
Ma quello che più mi dispiaceva era di non poter stare due giorni insieme a Sabrina. Quella era la vera cosa irripetibile. Ero convinto che non sarebbe più capitata una simile occasione.
E fu così.

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