Era una bella serata, dove per
serata si intende quel lasso di tempo che va dall’ora di cena all’ora di andare
a dormire, quando Nico uscì di casa per andare in giardino. Si accomodò su un
lettino di quelli che si usano di solito per prendere il sole. Si sdraiò, mise
le mani dietro la nuca e vi adagiò la testa. Appoggiò la gamba sinistra su
quella destra. Cominciò ad osservare il cielo. Ancora non si vedevano le
stelle.
Nico, però, non era lì per vedere le stelle. No, lui
attendeva che la luna attraversasse quel lembo di cielo per poterla ammirare e,
insieme a lei, sognare.
Nel frattempo un gattino si stava avvicinando al giardino
in cerca di compagnia felina, ma quando vide quel Piccoloumano ebbe un sussulto
e si nascose dietro una rosa.
«Meglio indagare prima di avvicinarsi» pensò.
Ma un movimento maldestro attirò lo sguardo del
Piccoloumano.
«Ecco, ho pensato di nuovo a voce alta: mi ha visto.»
Nico si alzò e si sedette sul lettino.
«Vieni qua, Gattino. Non avere paura. Vieni, che
aspettiamo la luna insieme.» Poi, dopo una breve pausa, riprese: «Anche tu stai
cercando compagnia? I miei stanno guardando i telefonini e non si sono nemmeno
accorti che sono uscito. Se vieni qua forse diventeremo amici, a me non va di
fare come loro.»
«Chi mi dice che stai dicendo la verità? Ho sentito un
sacco di cose in fatto di adescamenti, cosa credi?»
«Fa’ come vuoi. Io mi rimetto giù ed aspetto la luna.
Sai, un giorno io ci andrò!»
«Un Umano strano questo: interessato più alla
Grandesferagialla che ai Piattiniluminosi. Singolare!»
Così si avvicinò e gli parlò: «Miao.»
«Ma allora miagoli! Per un attimo ho pensato che non
potessi farlo.»
«Beh, sai com’è, anche noi gatti…»
«Dai, salta qua» disse Nico indicando le sue gambe magre,
anzi magrissime.
«Aspetta, non avere fretta, fammi inquadrare la
situazione. Quelle due Zampelunghe sembrano dure. Quelle due Zampeunpopiùcorte
si agitano spesso, è impossibile atterrarci e trovarle lì, pronte ad
afferrarmi. La parte più morbida sembra nel centro, sopra
Ilcuscinochesialzaepoisiabbassa. È lì che atterrerò.»
Si caricò posizionando le zampe posteriori e spiccò un
balzo andando a ricadere proprio là dove aveva deciso di atterrare.
«Bravo, ti sei deciso, finalmente!» disse Nico. E subito
cominciò ad accarezzarlo.
Al gattino piacque tanto quel movimento lento e regolare.
Facendo le fusa, chiuse gli occhi e si lasciò coccolare.
Appena fu buio, la luna non tardò ad apparire nel cielo.
Dapprima mandò in avanscoperta il suo alone lucente, poi si affacciò
timidamente sfiorando la sagoma dei tetti che, controluce nell’oscurità,
formarono un’unica figura tutta nera. Infine ruppe gli indugi e si innalzò
manifestandosi in tutta la sua luminosità.
«Eccola, guarda come è bella» disse Nico facendo
sobbalzare il gattino.
«Ehi, ma che modi! Stavo proprio bene. Ma cosa vuoi che
mi interessi della Grandesferagialla! Non ci devo mica andare, io! Né devo
dedicare poesie a nessuna gatta.»
Ma fu proprio allora che Nico cominciò a parlare tanto,
anzi tantissimo.
«Sai, Gattino, un giorno mi piacerebbe andarci. Lo so che
sembra una cosa impossibile, eppure qualcuno prima di me c’è già stato ed anche
a lui i genitori avranno detto che non era possibile andarci.»
Dopo una pausa riprese: «Mi piace un sacco con quei
colori così… così… Chissà se tu puoi vederli. Dicono che i gatti vedono in
bianco e nero.»
«Eccone un altro che pensa di sapere tutto» replicò il
gattino. «Guarda che noi vediamo a colori… da sempre! Certo che li vedo, ma a
me non dicono niente. A me piacciono colori tipo… il grigio topo, il verde
lucertola o il giallo canarino, un po’ più accesi e vivaci. Se a te piace
quell’affare lassù, nell’oscurità, è affar tuo.»
«I grandi non sempre sanno ascoltare i sogni dei loro
piccoli» continuò Nico. «C’è sempre qualcosa di più importante dei nostri
sogni. A volte ci prendono per scemi, come se sognare fosse qualcosa di cui si
può fare a meno.»
Il Gattino si mise seduto sopra
Ilcuscinochesialzaepoisiabbassa, guardando in faccia il Piccoloumano, senza
proferire parola. Non gli sfuggì il velo di tristezza che era apparso sul volto
del suo nuovo, quasi, amico. Cercò di consolarlo a modo suo, muovendo la coda e
colpendolo ritmicamente su una delle due Zampeunpopiucorte. Poi si mise a
massaggiare Ilcuscinochesialzaepoisiabbassa, prima con la zampa sinistra e dopo
con la zampa destra, per poi ricominciare. Così facendo i suoi artigli venivano
fuori quel tanto per essere notati, senza che riuscissero a pungere o a
graffiare il Piccoloumano.
«Ci riempiono di impegni. Andiamo tutta la settimana a
scuola, dobbiamo studiare, fare i compiti. E come se non bastasse ci portano
qua e là, sport, pallone, piscina, musica, danza e chi più ne ha ne metta. Non
abbiamo più tempo per stare con noi stessi. Non possiamo ritrovarci a casa di
qualcuno, non possiamo andare in bici, non possiamo andare al parco. Sempre
accompagnati dappertutto.»
Sospirò.
Dopo una breve pausa riprese: «Invece lassù… forse
troverei il tempo di annoiarmi un po’, di stare con me stesso, di stare in
solitudine, una sana solitudine.»
«Guarda che la solitudine è una brutta bestia. Io ne so
qualcosa. La notte, quando esco e non faccio in tempo a rincasare, mi ritrovo
solo, e ho paura di incontrare i Gattimalvagi. Così mi nascondo dove posso,
dove mi sento al sicuro, ma poi finisco per riavvicinarmi alla casa dove vivono
i miei padroni. Continuo ad essere solo, perché ormai sono stato chiuso fuori,
ma so che loro sono dentro e lì mi sento più al sicuro che altrove.»
«Forse sono già solo; sto parlando dei miei sogni con un
gatto.»
«Non sottovalutarmi. Io cosa dovrei dire allora? Siamo
nello stesso Gusciograndechegalleggia!»
«Una volta ho sentito un anziano che raccontava una
storia sulla luna, che veniva descritta come uno specchio che rifletteva i
sentimenti. Se vuoi, te la racconto. Ti va?»
«È parecchio lunga?» domandò il Gattino.
Ma Nico aveva già iniziato.
«C’era una volta un uomo che doveva lasciare il suo
paese. Viveva lì da circa venti anni. Era una persona importante e ben voluta
da tutti. Ma un giorno, per il suo lavoro, che non era un vero e proprio
lavoro, gli fu imposto di andare in un’altra città. Questo lo rattristò molto,
ma decise di organizzare una festa per avere modo di salutare tutti gli amici.
La serata fu molto allegra, ma quell’allegria terminò quando, con l’ultimo
saluto, si consumò anche l’ultimo atto della sua vita in quella città. Tutti se
ne andarono, riprendendo la strada di casa. Lui si coricò nel suo letto,
incrociò le braccia dietro la testa e si mise a fissare la luna attraverso la
finestra aperta. Era una bella, limpida e mite notte d’estate e nel cielo
stazionava una grande luna piena. Guardandola, gli tornarono in mente, uno
dietro l’altro, tutti i momenti belli trascorsi in quella città. Immerso in
quei ricordi, non si rese conto del tempo che era trascorso, così rapido ed
intenso da sembrargli una breve eternità. Si risvegliò da quei pensieri e
subito fu colto dall’ansia di ciò che lo attendeva, l’ansia dell’ignoto. La
luna aveva già percorso una curva nel cielo e la voce del campanile lo avvertì
che era tardi, che era ora di dormire. Aveva sentito tante volte quella voce,
ma quella volta gli parve più dolce, più gentile. Si alzò per chiudere la
finestra, ma prima indugiò ancora un attimo, con la maniglia in mano, fissando
di nuovo la luna attraverso il vetro, prima di accompagnarla fuori con un lento
movimento delle braccia. Fu in quel momento che la sua faccia formò un solo
volto con quella sfera luminosa che sembrava immobile nel cielo stellato.
Quell’uomo sorrise e gli sembrò che la luna ricambiasse quel sorriso. Poi si
rimise nel letto, mentre la luna riprese il suo cammino nel cielo, lasciando
una impercettibile scia luminosa. Da allora ogni volta che si sentiva solo
guardava la luna; in quel modo riviveva i bei momenti trascorsi con i vecchi
amici e la solitudine svaniva. Il giorno seguente, salendo in auto per partire
verso la nuova destinazione, indugiò ancora un po’. Riguardò la sua casa, i
suoi luoghi, il campanile e pensò: “Stasera una nuova luna sorgerà”. Si
accomodò sul sedile, chiuse la porta e mise in moto. Rimase alcuni istanti
immobile con le mani sul volante, poi ingranò la marcia e partì.»
«Wow!» esclamò il Gattino. «Che storia. È già finita?»
«Oh, è tardi, devo rincasare. Forse anche tu devi farlo»
disse Nico.
Sollevò il gattino dalla sua pancia e lo mise in terra.
Questi lo guardò, miagolò e gli andò a tirare qualche
colpetto con la testa, strofinandosi poi alle Zampelunghe.
«Ciao Gattino, torna a trovarmi. Mi ha fatto piacere
parlare con te. Non avevo mai parlato così tanto con qualcuno. Buonanotte amico
mio.»
«A presto, Piccoloumano.»
I loro incontri continuarono per molte sere, durante le
quali se ne stavano insieme a parlare e a guardare il cielo fino a tardi,
quando si salutavano dandosi appuntamento per la sera successiva. Andarono
avanti così fino al periodo delle vacanze estive.
Gattino stava sonnecchiando quando si sentì prendere per
la collottola. Senza avere il tempo di rendersi conto di quello che stava
accadendo, si ritrovò in una gabbia e, in men che non si dica, nel portabagagli
di una macchina che partì a tutto gas.
«Che sta succedendo?» pensò tremante e impaurito.
Si rannicchiò nell’angolo di quella gabbia e, se
possibile, si fece ancora più piccolo.
Al buio, sobbalzando a causa delle asperità della strada,
sperava che quello fosse soltanto un brutto sogno.
Improvvisamente la macchina si fermò, il portabagagli fu
aperto, la gabbia venne sollevata, la porticina fu aperta, lui fu fatto uscire,
la gabbia fu riposta, il portabagagli fu richiuso, l’auto ripartì.
Gattino si ritrovò sul lato di una strada sconosciuta.
Era come stordito. Non sapeva dove si trovava e perché. Impaurito e solo cercò
di mettersi al riparo, se non altro per capire cosa stava succedendo.
Attraversò di corsa quella strada, ma ne vide un’altra. Si trovava al centro di
due grandi strade. Non sapeva cosa fare, non sapeva dove andare. Trovò riparo
sotto una siepe di oleandri che separava le due enormi strade dove le macchine
correvano a più non posso. Vi si accucciò sotto. Quella notte non riuscì a
dormire, per il rumore, per la paura e per la fame. E così per le notti
successive. Rimase lì per giorni e giorni.
«Chissà cosa sarà successo» pensava Nico che non vedeva
più arrivare il suo piccolo amico al loro appuntamento serale.
E le sere successive sempre la stessa domanda, talmente
assillante da renderlo insonne o da turbargli il sonno della notte.
Una sera Nico, dopo aver atteso invano l’arrivo del
gattino, si mise ad ammirare la luna che brillava nel cielo.
«Oh, Gattino, quanto vorrei che tu fossi qui.»
Continuò a guardarla, immaginando di essere di nuovo
insieme a lui.
Nonostante il frastuono delle macchine, a Gattino sembrò
di aver sentito il richiamo di una voce familiare.
Battagliò contro la sua debolezza e, vincendo la fame e
la paura, si spostò dal rifugio sotto la siepe. Allora intravide la
Grandesferagialla nella Grandeoscurità. Una lacrima scese giù, inumidendogli il
pelo del musino.
«Piccoloumano, dove sei?»
Nico fu richiamato in casa per andare a letto. Gettò
l’ultimo sguardo alla luna.
«Buonanotte Gattino.»
Gattino ritornò verso il rifugio sotto la siepe. Gettò
l’ultimo sguardo alla Grandesferagialla.
«Buonanotte Piccoloumano. Ti ritroverò, non temere: una
nuova luna sorgerà.»
Udirono in lontananza alcuni rintocchi di un campanile.
Che curioso quel suono: a loro parve il battito di un cuore.
Poi si addormentarono. Sulle loro labbra si disegnò una
lieve smorfia che aveva le sembianze di un sorriso.
La luna continuò il suo cammino nel cielo, lasciando una
impercettibile scia luminosa.
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