venerdì 12 novembre 2010

Quattro passi... con Ben - Diciottesima puntata

I risultati che stavo ottenendo erano eccellenti, ma avevo sempre la sensazione che mi mancasse qualcosa. Fuori dalla scuola non riuscivo a esprimermi. Riuscivo a parlare solo con i compagni di classe, mentre con altri ragazzi, come ad esempio quelli del paese, non sapevo proprio cosa dire e questo mi nuoceva molto, perché molte volte venivo evitato di proposito. La mia timidezza invece di diminuire, stava aumentando. Persino mio fratello non mi voleva più fra i piedi quando era con i suoi amici, i soliti con cui ci vedevamo l’estate precedente.
Insomma, mi trovavo in difficoltà, ma non riuscivo a parlare con nessuno di questo mio disagio. Mi rinchiusi in me stesso e tirai avanti. “Più forte di tutto e di tutti” mi ripetevo quando ero in crisi.
Dal di fuori nessuno si accorgeva di questo mio stato d’animo, perché per gli altri io ero uno freddo, uno calmo che non perdeva mai il controllo della situazione, uno privo di debolezze.
Non mi aprii con nessuno. Forse sarebbe stato più facile parlarne, ma non lo feci. E questo aspetto del carattere di non aprirmi completamente mi è rimasto. È molto più facile ascoltare gli altri, parlare dei loro problemi, piuttosto che parlare dei miei.
L’anno scolastico volse al termine e decidemmo con la classe di fare il pranzo di fine anno. Avevamo scelto il posto, ma io non finii l’anno insieme agli altri perché una brutta influenza mi costrinse a letto durante gli ultimi giorni. E così non mi rimase altro che immaginare quale sarebbe stato il divertimento dell’ultimo giorno di scuola, i saluti, gli abbracci e i baci, gli auguri per una buona vacanza e gli arrivederci a settembre.
Stavo pensando a queste cose disteso nel letto, con la radio accesa sul comodino, quando sentii il rumore di un motorino. Erano circa le quattro del pomeriggio e mia madre mi chiamò dal fondo delle scale.
“Roberto, scendi, c’è qualcuno che ti vuole.”
Pensai che fosse Riccardo che si era fermato ritornando a casa dal pranzo.
Infatti era lui.
“Affacciati” mi disse.
Io, in pigiama e ciabatte, mi affacciai alla porta che dà sull’aia e con enorme sorpresa mi trovai davanti tutti i miei compagni di classe.
“Non potevamo andare in vacanza senza salutarti” disse Sabrina a nome di tutti.
Parlammo per alcuni minuti di come erano andati l’ultimo giorno di scuola ed il pranzo, poi tutti loro ripresero i loro motorini e, dopo un ultimo saluto, ripartirono.
Quella visita inaspettata mi fece enorme piacere, ma rafforzò in me la sensazione che quello era stato l’anno delle occasioni perdute: Sabrina già impegnata, poi la gita a Pompei, per la quale non ricevetti il permesso dei miei genitori, ed infine il pranzo di fine anno, costretto a letto dall’influenza.
I risultati furono ottimi, fui il primo della classe. Per il resto non c’era niente di cui rallegrarsi.

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