La notte ha dato il cambio al giorno, spegnendo i rumori della città e lasciando nel giardino solo l’essenziale.
L’erba fresca respira piano, impregnata dell’umidità della sera. Un tavolo di ferro battezzato da mille stagioni, una sedia che conosce a memoria la forma dei miei pensieri e, poco più là, la sagoma di un ombrellone chiuso: una sentinella che ha finito la sua guardia al sole e ora riposa, lasciando libero il cielo stellato in un’oscurità profonda e silenziosa.
In mezzo a questa solitudine, il rettangolo luminoso del monitor aperto taglia la penombra e proietta bagliori tra i fili d'erba e il metallo del tavolo.
È un punto esatto dello spazio e del tempo dove i confini del mondo reale sembrano
sfumare.
È il mio angolo sospeso.
Il cursore lampeggia sullo schermo, ritmico come un battito cardiaco. Il foglio digitale è una tela vuota che non fa paura, ma chiama. Basta premere il primo tasto, rompere il silenzio della notte con quel picchiettare leggero, per sentire il perimetro del giardino dissolversi.
Lì, tra il profumo della terra e la penombra degli arbusti che mi circondano, tutto diventa possibile.
Nessun limite geografico. Nessun vincolo di tempo. Posso tracciare sentieri inesplorati, evocare volti dimenticati, riavvolgere il nastro degli anni o inventare domani che non esistono ancora. Posso esplorare le ombre del mio universo interiore o tuffarmi nelle vite degli altri, cambiare il finale delle storie, ricucire gli strappi e dare forma al caos, un colpo di dita alla volta.
Il mondo dentro casa dorme.
Io resto qui fuori, immerso nel buio, nell’attimo perfetto in cui il contatto con i tasti trasforma l’invisibile in sostanza.















