Avete presente quel
momento, verso le sei del pomeriggio, quando la città sembra sul punto di
esplodere? I clacson, le notifiche del telefono che vibrano nelle tasche,
l’odore di smog che si appiccica ai vestiti...
Ecco, io ero lì.
Ero nel mezzo del traffico, alla fermata del 27, circondato da facce blu chinate
sugli schermi, ognuno blindato nel proprio isolamento.
E poi è successo.
Non c’è stato un
tuono, nessuna luce accecante da film americano.
Semplicemente, lui
era lì. In mezzo alla folla, vicino all'edicola.
Non aveva la tunica
bianca delle statuette di gesso, vestiva un cappotto scuro, un po’ liso ai
bordi, e le scarpe di chi ha camminato tanto. Ma aveva un modo di stare in
piedi... come se il caos intorno non lo toccasse, o meglio, come se lui fosse
l'unico punto fermo in quella giostra impazzita.
Si è guardato
intorno. Ha incrociato lo sguardo di una donna che urlava al telefono, di un
ragazzino che correva per prendere il bus, e poi il mio. E in quel rumore
d’inferno, ha aperto le mani. Semplice. Come chi mostra di non avere armi, o come
chi si prepara a un abbraccio che non riceve da una vita.
E ha detto solo tre
parole: “Pace a voi”.
Quella frase, detta
lì, tra il fumo dei tubi di scappamento e il cinismo dei pendolari, è risuonata
come un’eco all’interno di una cattedrale vuota. Non è stata una “pace” da
vacanza alle Maldive o da tisana rilassante.
È stata... una
tregua.
In quel preciso
istante, il tempo si è fermato. Il tipo del SUV che imprecava è rimasto a bocca
aperta; la ragazza col trucco colato dal pianto si è asciugata gli occhi senza
rendersene conto. Per un secondo, uno solo, abbiamo smesso di sentirci
minacciati gli uni dagli altri. Abbiamo smesso di correre verso un traguardo
che non esiste.
Lui ci guardava e
non c’era giudizio. Solo una specie di... accoglienza definitiva.
Come se dicesse: “Lo
so che siete stanchi. Lo so che avete paura. Ma non siete soli in questa
trincea”.
Poi il bus è
arrivato, la porta si è aperta con il tipico soffio pneumatico e la folla ha
ripreso a spingere. Mi sono girato per cercarlo di nuovo, ma era sparito. O
forse si era solo mescolato così bene tra noi che non riuscivo più a
distinguerlo.
Sono tornato a
casa.
Non ho acceso la
TV, non ho guardato i social. Mi è rimasta addosso quella strana sensazione...
come quando fuori piove a dirotto ma tu sei al sicuro, con le spalle al caldo.
Ci dicono sempre
che la pace è un trattato firmato con la penna buona o l’assenza di guerra.
Ma dopo stasera, io
credo che la pace sia un’altra cosa. È sapere che, anche in questo mondo frantumato,
c’è qualcuno che entra nella tua stanza chiusa a chiave — che sia un ufficio,
una camera o un cuore blindato — e ti dice che non devi combattere per forza.
“Pace a voi”.
Mi risuona ancora
dentro. E sapete qual è la cosa strana?
È che per la prima
volta dopo anni, credo che stanotte riuscirò a dormire davvero.
Buona Pasqua a tutti voi.









