Ripetevi queste parole dentro di te mentre correvi a
perdifiato attraverso i campi per raggiungere il tuo rifugio. Ogni tanto ti
voltavi indietro per vedere se i tuoi inseguitori si fossero avvicinati. Non
vedevi nessuno, ma non rallentavi la tua corsa. Come in una danza, ti abbassavi
per schivare i rami alti delle piante e poi saltavi per non sentire la frustata
di quelli in basso nelle tue gambe nude.
Ti sembrava di non arrivare mai. Correvi a testa bassa,
guardando i tuoi piccoli piedi dimenarsi, con la terra che entrava dagli occhi
dei tuoi sandali blu. Più forte correvi, più forte sentivi il tuo cuore che
batteva all’impazzata, quel cuore che batteva così solo per quella bambina che
a scuola era nella tua stessa classe, quel cuore che batteva così quando lei ti
salutava con la sua flebile voce.
Il fiato si faceva sempre più grosso, ma la meta si
avvicinava sempre più, ormai era alla portata dei tuoi occhi, bagnati da calde
gocce di sudore che scendevano dalla tua madida fronte.
Eccolo!
Finalmente il rifugio era lì. Entrasti di corsa e
spiccasti un balzo per afferrare la trave, una mezza piroetta e ti ritrovasti
al sicuro, seduto in quella buca scavata fra tanti pezzi di legna, tagliati uno
ad uno dalle braccia forti e vigorose di tuo nonno. Nessuno adesso poteva
vederti, nessuno poteva trovarti. Non c’era più paura.
Rimanesti ad occhi chiusi per alcuni minuti. Non sentivi
rumori fuori. I tuoi inseguitori erano stati seminati. Il cuore tornò a battere
regolarmente ed il respiro fece di nuovo pace col tuo corpo.
Il silenzio, poi una sensazione di pace.
Il grido di tua madre ti risvegliò.
«Dai, smetti di giocare e vieni in casa a fare i
compiti!»
«Mi sono addormentato» pensasti. «Ma quanto tempo ho
dormito?»
«Arrivo subito, metto a posto una cosa e vengo!»
rispondesti a tua madre.
Non lo dicesti così, tanto per dire, dovevi sistemare
veramente alcune cose.
In quella baracca fatta di plastica e tenuta in piedi da
pali e travi di castagno, montata da tuo padre per riporvi la legna da ardere,
avevi costruito la tua trincea. A te bastava stare seduto lì dentro, circondato
da tanti pezzi di legna, per sentirti al sicuro e per lasciare spazio alla tua
fantasia.
Lì giocavi, sognando le avventure più impensabili. A
volte immaginavi di essere a bordo di una navicella spaziale, altre di essere
al volante di un’auto da corsa.
Lì cominciasti a scoprire la musica, ascoltandola alla
radiolina gialla che tuo padre aveva comprato da un venditore ambulante. Era
più piccola della tua mano, ma a te, che non ne avevi mai viste prima, sembrava
qualcosa che provenisse dal futuro.
Lì, ascoltando le partite la domenica pomeriggio,
fantasticavi di diventare un calciatore.
Lì ti facevi coraggio per dichiarare il tuo amore a
quella bambina che piaceva anche a tutti i tuoi compagni di classe.
Lì speravi che lei, dopo aver guardato tutti, rispondesse
“Sì” rivolgendosi a te, soltanto a te.
Lì sognavi di stare su una spiaggia con lei, accoccolati
ad ascoltare il mare, proprio come cantava Claudio Baglioni in quella
canzone che era nella hit parade e che ti piaceva tanto.
Prendesti la radiolina, alcuni giornalini a fumetti e li
riponesti in quella vecchia scatola da scarpe che tua madre, invano, aveva
tanto cercato. Poi nascondesti tutto con cura sotto uno strato di legnetti.
«Ma insomma, quante volte devo ripetere le stesse cose?»
incalzò tua madre.
«Arrivo!»
Con un balzo scendesti e ti avviasti verso casa, dove ti
stavano aspettando un quaderno, un sussidiario e un astuccio con tante matite e
qualche penna.
Un giorno tuo padre convocò tutta la famiglia perché
aveva una comunicazione da fare.
«Presto anche noi avremo una macchina. Sono andato in
città e ne ho comprata una. È bellissima, di colore grigio metallizzato ed è
molto adatta per le nostre necessità.»
«Babbo, tu non hai la patente» obbiettasti.
«La prenderò» rispose in maniera perentoria. «Mi sono
stancato di essere accompagnato dagli altri o di portare te o tua madre sulla
sella posteriore del motorino!»
Lo disse guardandola negli occhi e a te parve che i loro
sguardi, per un attimo, si accarezzassero.
«Dovremo fare una rimessa» riprese.
«E dove la facciamo?» domandasti.
«In realtà non dobbiamo costruirne una nuova, ma fare un
garage al posto della capanna della legna» rispose.
«Non è giusto!» gridasti. E scappasti via, di corsa,
senza voler sentire nessuna ragione.
In pochi secondi raggiungesti il tuo rifugio. Con un
movimento acrobatico che conoscevi a memoria, balzasti dentro alla tua trincea,
questa volta per difenderla.
Facesti attenzione più del solito nell’effettuare quel
salto, perché avevi l’impressione che quel luogo si fosse fatto più piccolo ed
era molto facile graffiarsi o sbattere da qualche parte.
Tuo padre ti chiamò varie volte, poi decise di lasciarti
il tempo per farti sbollire la rabbia.
Era sempre così per te: alla fine ti ritrovavi sempre
solo a dover affrontare le emozioni forti.
Tirasti fuori dalla scatola un mangianastri e infilasti
una cassetta. Premesti il tasto PLAY e alzasti il volume al massimo. Iniziò una
canzone di Patrick Hernandez che stava spopolando nelle discoteche e che era
molto ballata anche nelle feste in casa: It’s good to be alive, to be
alive, to be alive, it’s good to be alive.
Quelle parole sembravano prendersi gioco di te. Spegnesti
tutto e lasciasti che il mondo restasse fuori.
Non riuscivi a immaginare che uno stupido garage
prendesse il posto del tuo rifugio. Per te non era una semplice rimessa di
legna, ma un luogo capace di abbracciarti e coccolarti. Ogni tanto dovevi
rimodellarlo per renderlo nuovamente accogliente dopo che altri pezzi venivano
accatastati per rimpiazzare quelli utilizzati per scaldare le fredde giornate
d’inverno.
Con l’auto, arrivò anche un nuovo impianto di
riscaldamento alimentato a gas, così la legna e il tuo rifugio se ne andarono
insieme.
Il giorno in cui avvenne tutto questo tu eri in gita
scolastica, ma prima di partire prendesti la tua macchinetta fotografica. C’era
solo uno scatto disponibile in quel rullino. Con attenzione, per non sciuparla,
scattasti la foto al tuo rifugio.
Al tuo rientro non c’era più niente e provasti un gran
vuoto.
Quella foto in bianco e nero, un po’ ingiallita dal
tempo, giace nella soffitta, in uno scatolone che non hai più aperto dopo
l’ultimo trasloco.
In occasione dell’ultimo giorno di scuola facesti quello
che non avevi mai fatto: invitasti tutti i tuoi compagni di classe a casa tua.
Volevi dare una festa per festeggiare la fine dell’anno scolastico, ma tutti
risposero che non sarebbero venuti. Tutti, tranne la ragazza per la quale avevi
preso una bella cotta.
«Guarda che non devi sentirti obbligata» le dicesti.
«No, che dici, ci vengo volentieri» replicò.
«E come verrai a casa mia? Prenderai l’autobus?»
«In qualche modo farò.»
Ti guardò e, sorridendo, se ne andò.
Quella notte non riuscisti a chiudere occhio. Provasti e
riprovasti a immaginare quello che avresti fatto, quello che le avresti detto.
Eri talmente emozionato che decidesti di alzarti per andare nel tuo rifugio.
Avevi già infilato le ciabatte quando, con un barlume di lucidità, ti
ricordasti che ormai quello non c’era più, rimpiazzato da un garage, freddo
come il metallo di cui era fatto, che ti aveva reso nomade per molto tempo.
La mattina seguente ti guardasti allo specchio.
«Che schifo, non le piacerai di certo con quella faccia»
ti dicesti guardando delle enormi borse sotto gli occhi che stavano lì, livide,
a testimoniare la tua notte insonne.
Il pomeriggio arrivò e l’ansia per l’attesa di quella
visita era alle stelle. Non c’era più nessuna festa da fare, ma qualche ora da
trascorrere insieme, tu e lei.
Sentisti il rumore di una Vespa che si avvicinava.
«Eccola.»
Ti precipitasti fuori ad attenderla, ma quello che
vedesti di lì a poco ti lasciò basito: non era arrivata da sola, ma
accompagnata da un vostro compagno di classe.
«Ciao» ti disse scendendo.
«Ciao!» disse di nuovo non ricevendo nessuna risposta da
te.
«Ciao» ti disse anche lui.
Ma a te vennero fuori soltanto poche parole: «Vattene,
non c’è niente da festeggiare!»
Ti rivolgesti a lei, senza curarti di lui, poi ti girasti
e ti incamminasti verso casa.
«Ma cosa dici, sei impazzito?» disse lei dopo un attimo
di smarrimento. «Dove vai? Guarda che non è come pensi! Lui è stato gentile ad
accompagnarmi. Ehi! Girati! Ascoltami!»
Ma, non ottenendo nessuna reazione da parte tua,
concluse: «Vai al diavolo, vai! Sei uno stupido ragazzino!»
Non ti girasti e non rispondesti. Un gesto della mano
parlò al posto tuo. Non sentivi nemmeno più le parole che lei e lui ti
gridavano dietro. Sentisti soltanto il rumore della Vespa che ripartì pochi
istanti dopo.
Per anni, in seguito, ti sei chiesto che cosa sarebbe
accaduto se l’avessi ascoltata.
Quando sentivi gli altri ragazzi parlare delle loro
avventure te ne stavi sempre in silenzio ad ascoltare. Poi, quando loro ti
chiedevano di raccontare le tue, rispondevi sempre che non avevi niente da dire.
Oh, quanto avresti voluto avere qualcosa di cui parlare!
Quanto avresti voluto condividere con gli altri qualcosa di bello, invece di
tacere per non esternare la tua solitudine. Vedevi tutto buio, ma non perdesti
la speranza che presto qualcosa di bello sarebbe capitato anche a te.
Forse per questo motivo ti rimasero impresse nella
mente alcune parole di una canzone dei Matia Bazar: C'è tutto un
mondo intorno che gira ogni giorno e che fermare non potrai. E viva viva il
mondo tu non girargli intorno ma entra dentro al mondo. Dai!
E così decidesti di fare. Ti convincesti che pensare in
maniera positiva potesse aiutarti e che mostrarti agli altri sorridente,
propositivo, allegro, ti potesse rendere anche più simpatico.
Ti ci volle un po’ di tempo, non fu affatto facile.
Qualcosa cambiò quando conoscesti una ragazza carina che,
dopo un po’, divenne la tua fidanzata.
Love
is the light, scaring darkness away – yeah, I’m so in love with you,
purge the soul. Make love your goal. The power of love…
Sembrava che i Frankie Goes to Hollywood avessero scritto
quei versi per te: l’amore che è la luce, che diventa la meta, la forza
dell’amore!
Dopo un periodo trascorso nel grigiore, quella ragazza ti
aprì le porte del mondo.
Ritrovasti la voglia di giocare.
Ti piaceva trascorrere la sera del sabato, insieme ai
tuoi amici e alla tua ragazza, passando da un gioco di società ad un altro.
La musica ti appassionava a tal punto che facesti un
provino ad una radio, diventando, per un po’ di tempo, un dj radiofonico.
Ti divertivi con la scrittura. Ogni cartolina che spedivi
dalle vacanze diventava qualcosa di originale, non uno scontato saluto.
Come Dalla e Morandi, anche tu potevi cantare Vita
in te ci credo, le nebbie si diradano.
Attraverso quel modo di giocare riuscivi a sdrammatizzare
la vita stessa, dando importanza a quello che veramente contava e aveva valore
per te. Fu proprio questa riflessione che ti fece prendere coscienza della
piattezza della tua vita: tutto sembrava trascorrere in maniera regolare, erano
arrivati famiglia e figli, ma dentro di te mancava ancora qualcosa. Ti
vergognavi quasi ad ammetterlo.
Una domenica in chiesa, ascoltando una lettura, capisti
cosa ti mancava: Dio.
I've
tried to go on like I never knew you. I'm awake but my world is half asleep…
But without you all I'm going to be is incomplete.
Le parole che cantavano i Backstreet Boys sembravano
parlare di quel tuo sentimento tutto nuovo. Avevi provato ad andare avanti come
se non lo avessi mai conosciuto, eri sveglio ma il tuo mondo era mezzo
addormentato e, senza di Lui, tutto ciò che avevi intenzione di essere era
incompleto.
Riscopristi la fede. Adesso ti sentivi completo.
Tutto cambiò.
La scrittura, con la quale avevi spesso giocato, divenne
il grimaldello per aprire il tuo forziere.
Tutto quello che avevi tenuto dentro per anni volle
uscire, come un fiume in piena. Volevi condividere tutto e scrivevi
dappertutto, sulla carta e sul web. Ma questo divenne presto insufficiente,
volevi scendere in prima linea, agire di persona. Eri in sintonia con alcuni
versi dei Negramaro: Dimmi a che serve restare lontano in silenzio a
guardare la nostra passione che muore in un angolo e non sa di noi.
Così scopristi altri mondi che ti misero faccia a faccia
con tante persone, dalle più giovani alle più sconosciute, con le quali
condividere interessi comuni, provare sensazioni nuove del tutto inesplorate in
precedenza, ed instaurare con loro qualcosa di speciale.
Adesso ti trovi davanti a quel garage costruito al posto
del tuo rifugio.
È vuoto. Non c’è più nessuna auto. Le pareti di metallo
sono macchiate dalla ruggine. C’è un vecchio armadio con le ante spalancate,
quasi volesse mostrare il niente che c’è dentro. Dal tetto rovinato entra un
pallido sole.
Prendi il tuo smartphone per scattare una foto, poi
desisti.
Il tempo delle corse nei campi è lontano.
Quell’angolo d’infanzia è ancora vivo dentro di te, ti
riporta alla mente tanti ricordi, ma non rimpiangi il tuo rifugio, spazzato via
da un veloce susseguirsi di novità.
Tu hai ancora voglia di giocare, di metterti in gioco, di
meravigliarti, di sorprenderti, di dare spazio alle tue passioni, di far uscire
il fanciullo che è in te, di scoprire che giorno sarà domani.
Riponi il tuo smartphone. Sali in macchina. Metti in moto
e accendi la radio. Ornella Vanoni sta cantando una canzone:
Giorno per giorno
Senza sapere
Cosa mi aspetta
Ma voglio vedere
Avresti voluto essere tu a scrivere quelle parole.
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