sabato 15 gennaio 2011

Quattro passi... con Ben - Ventisettesima puntata

Di Maria Rosa ci sarebbe molto da raccontare, perché le nostre vite si sono intrecciate per circa nove anni, da quella gita all’Isola d’Elba.
Il modo in cui l’ho conosciuta, i nostri incontri a scuola fra un’ora e l’altra, le nostre telefonate, i nostri incontri in città o i miei viaggi in montagna, prima con il mio cinquantino e poi con la macchina, il momento in cui le comunicai che mi ero fidanzato con Cinzia, gli scambi di lettere durante il servizio di leva. Non siamo mai stati insieme, e credo che questo sia dipeso dal fatto che i nostri sentimenti non hanno viaggiato in maniera sincronizzata. Ho avuto la sensazione che lei provasse qualcosa per me quando io non provavo lo stesso sentimento per lei, e viceversa. Tuttavia ci siamo frequentati, da amici, a lungo, passando anche attraverso periodi di incomprensioni e malintesi.
Io, con lei, ho avuto anche molte cadute di stile, delle quali mi sono accorto quando ormai era troppo tardi. Poi il telegramma con il quale mi fece gli auguri in occasione del mio matrimonio segnò la fine di ogni comunicazione.

Ancora oggi penso qualche volta a lei. Mi piacerebbe sapere come sta, se è sposata, cosa fa, dove abita. Ma sono tutte domande che rimangono senza risposta.
Di lei, oltre ai ricordi, conservo tutte le lettere che mi ha scritto, chiuse in una scatola insieme alle mie cose del periodo del servizio di leva.
Mi piacerebbe aprire quella scatola e mettermi lì, con calma, a rileggere tutto quanto.
Ma mi rendo conto che la velocità della vita attuale rende difficile anche solo trovare il tempo per farlo. E così rimando, rimando sempre a un periodo successivo. E questo periodo non arriva mai.

“Cara Maria Rosa, spero che tu abbia trovato una persona che si sia presa cura di te, che ti ami e che ti stia rendendo felice. Spero anche che tu abbia potuto perdonarmi per tutte le volte che mi sono comportato nel modo che non meritavi.
Abbiamo passato insieme un lungo periodo della nostra vita, poi ci siamo persi, forse nel tentativo di cercare qualcosa di più grande e d’importante nel nostro rapporto, senza renderci conto che l’amicizia che ci legava era già la cosa più bella che potessimo desiderare.”


Ho voluto riassumere così il lungo capitolo scritto in origine. Ho riportato integralmente solo l’ultima parte. Ho incontrato nuovamente Maria Rosa lo scorso anno, virtualmente su Facebook.
Successivamente l’ho vista sulle tribune di una piscina durante una gara di nuoto.
Non ho avuto modo di parlarci.

domenica 9 gennaio 2011

Così, per caso

Quante cose avvengono per caso?
O così almeno sembra, perché solo dopo un po' di tempo viene fuori che... "per caso" non lo fosse affatto.
Nel recente passato ho spesso pensato a queste casualità, a scelte fatte che poi hanno assunto un significato a posteriori, facendo pensare che, invece, niente viene per caso, e che tutto sembra avere una logica, che a noi spesso sfugge.
Oggi, una frase letta casualmente sulla pagina di una agenda ormai passata, mentre stavo annotando alcuni titoli di canzoni, mi ha fatto ripensare a recenti avvenimenti riguardanti l'amicizia:

Abbi la tua piccola cerchia di amici, ma che questa cerchia non sia una prigione.
(R. Claude)

Così, per caso.

Quattro passi... con Ben - Ventiseiesima puntata

L’anno scolastico stava terminando, le ultime fatiche e gli ultimi compiti ci attendevano.
I professori si davano un gran daffare per completare i programmi, mentre noi alunni pensavamo già alle vacanze. Prima, però, c’era da organizzare il pranzo di fine anno, che era un rituale a cui nessuno voleva rinunciare. Mirella ebbe un’idea geniale, degna di lei e della sua intelligenza superiore.
“In Sant’Andrea, la mia parrocchia, c’è uno stanzone molto grande, dietro la chiesa. È attrezzato, con tavoli lunghi e sedie, inoltre c’è anche la cucina. Perché non lo facciamo lì il pranzo e cuciniamo tutto da noi? Conosco il parroco e sono sicura che ci darà la stanza.”
L’idea piacque a tutta la classe. Così l’ultimo giorno di scuola, dopo i saluti di rito, ci ritrovammo tutti alla chiesa e cominciammo a preparare il pranzo. Ognuno di noi aveva portato qualcosa: acqua, bibite, crostini, piatti, bicchieri, e così via. Lì cucinammo la pasta e preparammo i secondi. Cose semplici, ma fatte in quel contesto sembravano veramente speciali. Ognuno di noi dette il massimo: le ragazze sembravano tutte cuoche professioniste, e con i loro grembiuli addosso sembravano delle vere donne. Noi maschi facevamo invece le cose di fatica, come preparare la tavola, sistemare le sedie, apparecchiare, preparare le bottiglie. Gigi, abituato come era a fare il cameriere alla pizzeria dei Ferrovieri, mostrò tutto il suo valore in quei frangenti e ci insegnò anche a sistemare le posate nel modo corretto.
Fu molto bello. Anche quella giornata terminò in gran fretta. Tutto quell’anno terminò velocemente, mentre avrei voluto che fosse il più lungo possibile.
Dei professori ho un ricordo particolare della Dora, l’insegnante di calcolo computistico. Lei era informale, simpaticissima, voleva che le dessimo del “tu”, era molto brava e ci insegnò molto.
Il giorno dei risultati arrivò. Non ci furono grandi sorprese. Ognuno di noi ottenne ciò che si aspettava, compresi quelli che sapevano di essere bocciati. Io fui, ancora una volta, il primo della classe, con la media del sette e mezzo. Solo Mirella tenne il mio passo, e fu seconda solo perché io presi un voto migliore del suo a Educazione Fisica. Praticamente avevamo la stessa pagella.
Quel giorno non riuscii a rivedere tutti i compagni di classe, perché arrivammo e ripartimmo alla spicciolata, per cui non riuscii a salutare tutti come avrei voluto.
Pieni di entusiasmo per l’anno che era terminato e per le vacanze che stavano iniziando, ci salutammo con quei modi di dire che si usano nella maggior parte dei casi senza riflettere, ad esempio:
“Ti saluto, tanto poi ci vediamo” oppure “Tanto poi ci sentiamo.”
Con la maggior parte di loro si disse in quel modo, con la maggior parte di loro non mi rividi, né mi risentii.

giovedì 6 gennaio 2011

Quattro passi... con Ben - Venticinquesima puntata

Aria di primavera, aria di gita. Dopo la fregatura dell’anno precedente, feci di tutto per puntare su un’escursione di un giorno soltanto. E così fu. La meta era l’Isola d’Elba, la terra del nemico che mi aveva tenuto lontano da Sabrina.
Partimmo al mattino, molto presto, per prendere il traghetto a Piombino. Andammo insieme alla prima “B”. In pullman mi ritrovai accanto una ragazza della prima, la Rossa. Era alta, più di me (bella forza!), magra, con i capelli rossi e la faccia lentigginosa. Io speravo di stare vicino a Sandra e a Paola. Peccato. La Rossa, però, fu una vera rivelazione. Compresi che lei aveva scelto quel posto di proposito.
“Da un po’ di tempo ti ho notato” disse.
“Veramente?” risposi incredulo. Mi trovai a camminare su un terreno inesplorato, perché era la prima volta che una ragazza mostrava quel tipo di interesse nei miei confronti, per giunta una ragazza che avevo appena intravisto per i corridoi solo perché la sua aula era confinante con la mia. E così mi ritrovai la sua testa appoggiata alla mia spalla, con i lunghi capelli rossi che toccavano nella mia guancia. Fu per me una scossa. Stette così per vari minuti. Poi si voltò a guardarmi, come se si aspettasse qualcosa che invece tardava ad arrivare. La fissai negli occhi e le misi il braccio intorno al collo abbracciandola. Abbozzò un sorriso di soddisfazione. Ma io mi sentivo a disagio, in primo luogo perché non sapevo come avrei dovuto comportarmi con lei, la prima ragazza a farmi la corte in modo così diretto, e poi perché lei non mi piaceva, e questo per me era più che sufficiente per non provarci nemmeno. Così le detti un bacino sulla parte superiore della testa, le tolsi il braccio di dosso e mi ritrassi.
“Ascolta” le dissi. “A me piace un’altra che è su questo pullman.”
Mentii, chiaramente. Ma pensavo che così dicendo me la sarei tolta di mezzo. E invece mi restò vicina per tutta la giornata.
Arrivati all’Elba scendemmo dal traghetto e cominciammo a girare l’isola. Io intanto cercavo di stare insieme a Sandra e a Paola, con le quali mi divertivo molto, anche per dare un fondo di verità a quello che avevo detto alla Rossa. Ma lei continuava a starmi alle costole. Era una situazione buffa: mai nessuna ragazza mi si era aggirata intorno ed ora capitava con una che non mi piaceva. Che sfortuna!
Stetti tutto il giorno insieme a quelle tre e non ho il minimo ricordo di cosa fecero gli altri. Al ritorno conobbi un’altra ragazza della prima, Maria Rosa.
La gita, come tutte le cose belle, terminò rapidamente e verso l’ora di cena eravamo tutti di nuovo a casa.

martedì 4 gennaio 2011

Quattro passi... con Ben - Ventiquattresima puntata

“Martina” le dissi un giorno scherzando. “Ti devo confessare una cosa.”
“Sono tutta orecchie” rispose.
Le presi la mano sinistra e le dissi: “Mi sono innamorato di te, lascia il tuo ragazzo e mettiamoci insieme. Vedrai staremo bene noi due. Andiamo d’accordo e abbiamo molte cose in comune, esclusa la discoteca. Che ne pensi? Non voglio che tu mi dia una risposta affrettata, posso aspettare anche… dieci minuti.”
Lei rispose: “Non potrei mai mettermi con un compagno di classe.”
“Lo so. Per questo vado a Firenze l’anno prossimo. E, alla prima forca che farò, verrò a trovarvi qui in classe e ti chiederò di metterti insieme a me. A quel punto non avrai scuse.”
Ci mettemmo a ridere tutti e due per alcuni secondi, poi, di nuovo seria, mi chiese:
“Roberto, sei proprio sicuro di voler andare là?”
“Per la verità non sono più tanto sicuro. È un salto nel buio. Qui mi trovo bene, lo sai. Però voglio andare avanti con la decisione che ho preso, poi il tempo dirà ciò che sarebbe stato meglio per me.”
“Mi mancherai” rispose lei. “Sei il compagno di banco ideale…”
“Per copiare!” la interruppi. “A luglio non ti ricorderai più di me.”
Mi spinse all’indietro con entrambe le mani, come a volermi dire che non sarebbe stato vero.
Purtroppo avevo ragione io. La rividi solamente molti anni dopo e non la sentii più per telefono.

venerdì 31 dicembre 2010

E che ultimo dell'anno sia!

Sta per terminare questo 2010.
Un anno faticoso, per certi versi brutto. Ogni mese ha riservato sorprese, spesso non gradite, tanto da farmi desiderare di vederlo finire il più presto possibile. Eppure c'è stato ugualmente qualcosa di bello e, potendo riavvolgere il nastro del 2010, scoprire qualcosa da fermare, da fotografare, da salvare.
Tempo fa, parlando con una persona di tempi trascorsi, ma trascorsi da tanto tempo, dissi che tante cose brutte le avevo come rimosse dalla mia mente, conservando solo le cose belle. Il 2010 ha invertito questa tendenza, le cose negative non credo di poterle dimenticare, mentre devo concentrarmi, e non poco, per andare a riscoprire le cose belle, che se ne stanno rintanate da qualche parte.
E da lì ripartire per infrangere la barriera del 2011 con slancio, con la speranza che l'anno nuovo sia migliore del precedente.
Ed è con questo augurio che vi saluto: se il 2010 è stato brutto, che il 2011 sia bello, e se il 2010 è stato bello, che il 2011 sia ancor più bello!

Auguri, amiche e amici del Rifugio, al prossimo anno!

mercoledì 29 dicembre 2010

domenica 26 dicembre 2010

Corsi e ricorsi

Piove, tira un forte vento, non penso proprio di uscire.
Allora perché non scrivere qualcosa? Scrivere, ad esempio, dell’ultima pazzia dalla quale mi sono lasciato insidiare.
A volte ci sono dei ricorsi che, a distanza di anni, fanno ripercorrere strade già percorse.
Questo ho pensato quando accettai, circa due mesi fa, di andare a fare le prove per cantare ad una festa che si sarebbe tenuta, sentite un po’, il 17 dicembre, venerdì.
Le prove terminarono, ma il tempo quella sera fu inclemente ed una grande nevicata vanificò ogni sforzo: la festa fu annullata.
Ormai pensavo che un tale debutto non avrebbe più avuto luogo, ma, in tutta fretta, un’altra data fu trovata, cinque giorni più tardi, il 22 dicembre.
Non posso negare di aver provato quella che io chiamo una sana tensione, quella che precede gli eventi. Ma ci pensate? Cantare, per la prima volta, alla mia età, davanti ad un centinaio di persone (centosessanta, ho saputo successivamente), un terreno sul quale, decisamente, non sono abituato a camminare.
Ma il feeling che si era instaurato fra noi musicanti e la presenza di molte persone conosciute mi ha convinto che, in fondo, avrei giocato in casa e anche qualche stecca, nel caso, sarebbe stata perdonata.
Mi sono divertito davvero, liberando quella voglia di giocare che anima il fanciullo che è dentro di me e quella voglia di mettermi in gioco, andando a cercare nuove e sane emozioni, rischiando anche un po’.
Venticinque anni fa, sotto la naia, suonai per la prima volta la batteria, senza averla mai suonata prima.
A distanza di anni mi sono lasciato tentare di nuovo dalla musica e, per la prima volta, mi sono trovato a cantare. Il risultato qui non ha importanza: quello che conta è che sono riuscito ancora a sorprendermi.

Quattro passi... con Ben - Ventitreesima puntata

Sabrina era un lontano ricordo, non ci vedevamo più nemmeno all’ingresso della scuola. Con gli ex-compagni della prima “F” non c’era più nessun contatto. Era un po’ triste tutto questo, ma era altrettanto reale; Sabrina e Raffaella erano diventate, secondo quello che mi era stato riferito, inseparabili. Andrea aveva cambiato scuola e, dopo essere stato respinto, aveva iniziato un corso per analisti chimici; oggi è un affermato fisioterapista. Vedevo e parlavo solo con Maria Grazia ed Elena, perché all’uscita della scuola dovevamo prendere lo stesso autobus per tornare a casa. Con Maria Grazia non c’era un grande dialogo, mentre con Elena ancora scambiavamo alcune parole. Certo lei ora cominciava ad essere molto grande nei miei confronti, in tutti i sensi, per personalità, carattere e… altezza. Io ed Elena preferivamo prendere l’autobus che andava a Badia a Pacciana piuttosto che quello per Agliana. Facevano lo stesso tragitto fino a Nespolo. Per lei non cambiava nulla, scendeva alla stessa fermata; per me significava scendere alcune fermate prima di quella più vicina a casa, ma ciò non mi creava nessun disturbo. Su quell’autobus c’era meno gente e questo ci permetteva di non fare a gomitate e di avere quasi sempre un posto a sedere per parlare in santa pace. Inoltre, dopo essere scesi, camminando verso casa, terminavamo gli ultimi discorsi, prima di ricominciare il giorno successivo.
Elena era sempre stata per me una persona particolare, speciale in un certo senso, fin dai tempi delle elementari. Mi rendevo conto, però, che le sue attenzioni stavano andando verso altri ragazzi, più grandi, più maturi. Stava crescendo e mi dovetti rassegnare a perderla. Io, al suo confronto, ero ancora un bambino. La sua amicizia mi sarebbe mancata in seguito.

lunedì 20 dicembre 2010

A volte si dice...

Ho preso un'agendina, aperta ad un giorno qualunque, per annotare alcuni indirizzi di posta elettronica.
Poi ho fatto la spunta per vedere se li avevo messi tutti in un messaggio da inviare.
Quando ho terminato, ho letto la frase scritta sotta la data, 26 ottobre 2010, S. Evaristo, martedì:

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.
(Cicerone)

Non so per quale associazione di idee mi è tornato in mente quanto scritto alcuni post fa, legato alla scrittura, un'amica che non vedo da un po'. E questo, a cascata, mi ha rimandato alla lettura, altra amica che frequento poco ultimamente.
La parola "senza", ripetuta due volte, mi ha dato un senso di vuoto, e ho pensato che il vuoto non mi piace.
E poi, io, all'anima ci tengo.
Certo che la mente talvolta lavora proprio in modo strano!
Casualità?
E mi sono guardato nuovamente dentro.

domenica 19 dicembre 2010

Quattro passi... con Ben - Ventiduesima puntata

Mirella era simpaticissima, aveva una grande vitalità, che trasmetteva anche a chi la circondava, ed una intelligenza fuori dal comune. Era una persona molto bella dentro. Divenne l’amica del sabato pomeriggio, compagna di passeggiate nel centro della città.
Organizzammo anche una festa a casa sua. Lei abitava in città, in una casa molto vecchia dalle stanze enormi. In quel salone ampio e scuro, ci attrezzammo per ascoltare i dischi e per ballare. Quel pomeriggio volò via in un batter d’occhio e quelle occasioni si facevano sempre più rare. Il tempo mi sfuggiva, l’anno scolastico stava trascorrendo troppo in fretta. Forse cominciavo ad aver paura di cambiare scuola perché mi piaceva restare lì, con quei compagni. Ma, allo stesso tempo, ero troppo orgoglioso, non volevo ritornare sulle decisioni prese e quindi dovevo andare avanti ad ogni costo. Con il Saimon, cioè Stefano, così era soprannominato, ci saremmo visti, rigorosamente di sabato, negli anni successivi. Con Lorenzo, simpatizzante di Lotta Continua ed ottimo nuotatore, saremmo andati in discoteca insieme, poche volte per la verità, alcuni anni dopo. Oggi lavora in banca: cosa curiosa davvero per uno (ex?) di Lotta Continua.
Fra gli altri, un tipo curioso era sicuramente Nicola. Aveva uno stile tutto suo, sembrava quasi un Lord inglese di una volta, con quel suo portamento ed il suo modo di parlare.
Poi c’era Mario, amante dei cavalli. Ad una festa a casa di Cristina, per Carnevale, conobbi sua sorella, Monica, molto carina. Con lei ballai spesso quel giorno.
Non era mascherata, mentre io avevo un costume da giocatore di football americano. Mia madre era stata determinante per la sua riuscita: lo aveva cucito, aveva ricamato le scritte e attaccato i numeri sulla maglia. Poi una calzamaglia attillata, un paio di scarpette, calzini alti e tanta gommapiuma per riempire le spalle ed il petto. Sembravo l’omino Michelin.
Dopo aver trascorso la festa in casa, uscimmo e cominciammo ad andare per le strade del quartiere, alla Vergine, tirando coriandoli e stelle filanti. 
Rividi Monica solo una volta, una sera d’estate in cui, al circolo del Nespolo, mettevo i dischi per una sfilata di moda. Niente di importante, ma per il paese fu una cosa fuori dal comune.
Non riuscii a parlarci, a causa di quel mio impegno. La salutai con la mano e lei ricambiò il saluto. Avrei voluto parlarle, ma anche quella, ahimè, fu un’altra occasione perduta.
Intanto con Riccardo, nel nostro perpetuo rapporto di avvicinarsi per poi allontanarsi di nuovo, prendemmo la decisione di invertire i nostri posti. Lui era entrato più in sintonia con Cristina, perché erano due mattacchioni che amavamo ridere e sparare battute a ripetizione, non prendevano e non si prendevano sul serio. Io ero entrato più in sintonia con Martina, anche lei molto simpatica, ma un po’ più seria (mica tanto) di Cristina. Oserei dire che era più riflessiva, prima di dire una bischerata, ma alla fine la diceva ugualmente.
Cominciò per me una nuova avventura. Martina era una compagna ideale e non avendo problemi sentimentali con lei, ero sciolto come non mai, parlavo di tutto senza nessun tipo di problema o di timore. Lei faceva altrettanto con me. Ad esempio il lunedì era il giorno del rapporto del fine settimana, quindi ci raccontavamo tutto ciò che avevamo fatto il sabato e la domenica. Lei stava insieme ad un ragazzo di quarta “B” ed ogni lunedì mi raccontava delle loro prodezze in discoteca, il Milleluci di Casalguidi. Ogni domenica timbrava il cartellino in quel locale ed ogni domenica si divertiva più della precedente. Ed io? Che cosa potevo raccontare delle mie domeniche? Il sabato uscivo ed andavo in centro, dove incontravo Mirella ed il Saimon, ma la domenica era spesso un giorno da dimenticare: la mattina studiavo, poi, dopo pranzo, andavo ad aiutare mio padre al circolo, dove faceva il barista. Quando avevo finito con il bar, gli altri ragazzi erano già partiti per raggiungere chi la discoteca, chi il cinema, chi altra gente chissà dove. Così mi ritrovavo ad ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto” alla radio e, successivamente, a guardare in televisione tutte le trasmissioni sportive. Nel mezzo magari un ripassino di storia o matematica. Ricordo tutti gli orari di quelle domeniche piene di noia e di solitudine. Nessun amico per passare il pomeriggio insieme e per uscire. Fuori dalla scuola continuavo ad essere una frana. La domenica scorreva e non vedevo l’ora di arrivare a tarda sera per andare a dormire e risvegliarmi il lunedì per andare a scuola, il solo posto dove riuscivo ad esprimermi. A Martina talvolta dicevo questo, e talvolta inventavo che ero andato in qualche posto; spesso dicevo che ero andato in centro, anche se non era vero, perché la città, si sa, è dispersiva ed è possibile non vedere una persona anche se c’è; figuriamoci se non c’è!
Inoltre aggiungevo: “... ma non ho incontrato nessuno che conoscevo.”
Non avevo visto nessuno e nessuno aveva visto me.
E come avrebbero potuto?