sabato 5 febbraio 2011

Quattro passi... con Ben - Trentesima puntata

Giovanni, il Borzo, era un ragazzo molto allegro e sorridente. Ogni suo discorso era accompagnato da una risatina e dall’immancabile movimento delle gambe. Diventò per me il punto di riferimento per tutte le volte che, in seguito, sarei rimasto a Firenze per studiare. Lui mi ospitava a casa sua a mangiare, a studiare e, se occorreva, anche a dormire. La sua famiglia, di origini meridionali, era molto cordiale. Sua madre e suo padre presto diventarono Mamma Borzo e Papà Borzo.
Mi affezionai a quella famiglia e a Giovanni.
Per lui provavo un affetto particolare, anche se la nostra amicizia non fu mai profonda in quel tempo, forse per le molte differenze di carattere fra noi due. Io sembravo molto maturo, dimostravo alcuni anni in più dei sedici che avevo, mentre lui alcune volte sembrava avere qualcosa in meno, forse perché aveva sempre quella risatina sulle labbra.
Eravamo l’uno il contrario dell’altro: io amavo parlare poco, lui amava parlare molto; io ero serio, lui rideva in continuazione; io avevo i movimenti misurati, lui muoveva i suoi arti continuamente, io introverso, lui espansivo.
Forse ci completavamo a vicenda, ma in seguito orientammo le nostre amicizie verso persone diverse.
Eravamo una classe numerosa, ragazzi provenienti in gran parte da due classi, oltre a quelli che, come me, provenivano da altre scuole di Firenze e non. Infatti c’erano anche due ragazzi che venivano da Montecatini, Simone e Giacomo. Eravamo i tre “stranieri”.
Poco a poco cominciai a conoscere anche gli altri, in particolar modo quelli che incontravo in autobus, come Luca, Tamara e Cecilia.
Simone e Giacomo non prendevano il treno per arrivare a Firenze, ma l’autobus e, pur abitando più lontano di me, paradossalmente impiegavano meno tempo sia all’andata, sia al ritorno.
Per non perdere il treno di ritorno, quello delle 14,06, dovetti farmi rilasciare un permesso per poter uscire dieci minuti prima del normale termine delle lezioni.
In classe c’era anche una ragazza di Foggia, e sinceramente non si capì mai il motivo della sua iscrizione, perché venne poche volte e poi smise definitivamente, come fece poco dopo anche Tamara, che se ne tornò a Ragioneria, al corso normale.
Non era una classe omogenea ed unita, almeno all’inizio, poiché i ragazzi facenti parte dei due blocchi rimanevano ancorati nelle loro posizioni, senza cercare di legare con gli altri.
Così, posso dire, eravamo suddivisi in tre tronconi: da una parte c’era un blocco proveniente da una classe, dall’altra il blocco proveniente dall’altra classe, e in mezzo tutti gli altri che per la prima volta frequentavano il Galilei.
Per buttarla sul politico era un po’ come essere in Parlamento: Sinistra, Destra e Centro.
E queste differenze si notavano anche nelle assemblee, dove i blocchi avevano idee e posizioni ben delineate e diverse.
Insomma, non ebbi una grande impressione dei miei nuovi compagni di classe.
Oltre a Giovanni, le mie preferenze andavano per Luca, Carmine, Cecilia, Stefania, Giovanni detto Giuba, ed Elena, con gli altri incontrai molte difficoltà.

2 commenti:

  1. Gli arti li muovo continuamente anche adesso ma la "risatina" di quel tempo adolescenziale si è un pò affievolita.

    Ora non dico che col tempo sono maturato molto di più ma riconosco di essere stato "poco presente" in quegli anni; alla "risatina"
    mi e mancato un coinvolgimento più concreto e un' attenzione verso gli altri che mi avrebbe fatto crescere meno "solo" e mi sa che su questo aspetto
    ci devo lavorare ancora molto adesso.

    In realtà ero un "falso espansivo" che copriva la sua timidezza col sorriso; e poi tendevo a legarmi poco con gli altri in generale e anche per questo
    con quel "maturo" di Roberto per me era ancora più complicato riuscire a far sbocciare un'amicizia forte.

    In sostanza possedevo l'arma del bellissimo "sorriso o risatina" che all'inizio spalanca le porte a chiunque ma poi non approfondivo le relazioni
    e le mie esperienze con gli altri restavano così troppo superficiali.

    Grazie Roberto per il tuo rifugio che mi ha dato oggi lo spunto per soffermarmi su un aspetto di me sul quale ancora devo lavorarci su.

    Ma ancora non mi capacito di come hai fatto a ricordare tante cose da metterle così bene nei "4 passi".

    josil

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  2. Ciao Josil,
    tutti abbiamo da lavorare continuamente su vari aspetti.
    Io a quei tempi avevo difficoltà a fare amicizie (non che oggi sia migliorato molto), e questo mi portava spesso ad esssere solo. Questa situazione si è protratta nel tempo e, credo, questo mi ha fatto pensare e poi ripensare a quelle poche persone e a quegli episodi per molto tempo, fino a renderli parte di me. Forse è per questo che ho ricordato tanti particolari, forse questi ricordi sono stati il frutto di una certa solitudine.
    Poi è accaduto che, una volta scritti, messi nero su bianco, ho cominciato piano piano a dimenticarli, e adesso, quando ci lavoro sopra per metterli sul blog, mi sorprendo a leggere qualcosa che non ricordo più.

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