domenica 19 febbraio 2012

Una lacrima sul viso

In questa domenica piovosa ho scelto di riposare lasciandomi avvolgere dal mio caro divano: un accumulo di energia in attesa dell’inizio della settimana che sta per iniziare. 
Fra una lettura di poesie e una chiacchiera in famiglia, mi sono ascoltato le canzoni del Festival di Sanremo. Mi sono piaciute, quasi tutte.
Quello, però, che mi è piaciuto di più è stato vedere che ci si può ancora commuovere per la gioia. E allora quelle lacrime diventano il modo più alto per esprimere quello che, in quel momento, non sarebbe possibile esprimere altrimenti. E lì ti rendi conto che anche chi sembra inavvicinabile, alla fin fine è, comunque, una persona. 


2 commenti:

  1. Caro Ben,
    non posso esprimere un giudizio sulle canzoni di Sanremo, perché quest'anno non ho seguito il Festival.
    Non so dunque neanche chi si è commosso e ha pianto di gioia.
    Puoi ragguagliarmi al riguardo?

    Comunque hai ragione: è in presenza di manifestazioni umane come il pianto, anche di gioia, che offriamo l'aspetto più umano (e talvolta indifeso) di noi stessi.
    E a volte può piacevolmente sorprendere riscoprirsi vicendevolmente persone rispetto alle emozioni della vita.
    Un caro saluto

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  2. Qualcuno lo ha fatto, a partire dalla vincitrice. Ma questo si può estendere anche ad altre attività. Quante volte abbiamo visto atleti, "macchine perfette", lasciarsi andare alla lacrime alla fine di una gara o sul podio?
    Quanto attori, al ritiro di un premio? E si potrebbe continuare.
    La gioia per aver raggiunto un obiettivo, inseguito, a volte sognato, a volte insperato.
    Allora quelle lacrime ri-umanizzano.

    Luce che cade dagli occhi, come recitava una canzone.

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