venerdì 31 dicembre 2010

E che ultimo dell'anno sia!

Sta per terminare questo 2010.
Un anno faticoso, per certi versi brutto. Ogni mese ha riservato sorprese, spesso non gradite, tanto da farmi desiderare di vederlo finire il più presto possibile. Eppure c'è stato ugualmente qualcosa di bello e, potendo riavvolgere il nastro del 2010, scoprire qualcosa da fermare, da fotografare, da salvare.
Tempo fa, parlando con una persona di tempi trascorsi, ma trascorsi da tanto tempo, dissi che tante cose brutte le avevo come rimosse dalla mia mente, conservando solo le cose belle. Il 2010 ha invertito questa tendenza, le cose negative non credo di poterle dimenticare, mentre devo concentrarmi, e non poco, per andare a riscoprire le cose belle, che se ne stanno rintanate da qualche parte.
E da lì ripartire per infrangere la barriera del 2011 con slancio, con la speranza che l'anno nuovo sia migliore del precedente.
Ed è con questo augurio che vi saluto: se il 2010 è stato brutto, che il 2011 sia bello, e se il 2010 è stato bello, che il 2011 sia ancor più bello!

Auguri, amiche e amici del Rifugio, al prossimo anno!

mercoledì 29 dicembre 2010

domenica 26 dicembre 2010

Corsi e ricorsi

Piove, tira un forte vento, non penso proprio di uscire.
Allora perché non scrivere qualcosa? Scrivere, ad esempio, dell’ultima pazzia dalla quale mi sono lasciato insidiare.
A volte ci sono dei ricorsi che, a distanza di anni, fanno ripercorrere strade già percorse.
Questo ho pensato quando accettai, circa due mesi fa, di andare a fare le prove per cantare ad una festa che si sarebbe tenuta, sentite un po’, il 17 dicembre, venerdì.
Le prove terminarono, ma il tempo quella sera fu inclemente ed una grande nevicata vanificò ogni sforzo: la festa fu annullata.
Ormai pensavo che un tale debutto non avrebbe più avuto luogo, ma, in tutta fretta, un’altra data fu trovata, cinque giorni più tardi, il 22 dicembre.
Non posso negare di aver provato quella che io chiamo una sana tensione, quella che precede gli eventi. Ma ci pensate? Cantare, per la prima volta, alla mia età, davanti ad un centinaio di persone (centosessanta, ho saputo successivamente), un terreno sul quale, decisamente, non sono abituato a camminare.
Ma il feeling che si era instaurato fra noi musicanti e la presenza di molte persone conosciute mi ha convinto che, in fondo, avrei giocato in casa e anche qualche stecca, nel caso, sarebbe stata perdonata.
Mi sono divertito davvero, liberando quella voglia di giocare che anima il fanciullo che è dentro di me e quella voglia di mettermi in gioco, andando a cercare nuove e sane emozioni, rischiando anche un po’.
Venticinque anni fa, sotto la naia, suonai per la prima volta la batteria, senza averla mai suonata prima.
A distanza di anni mi sono lasciato tentare di nuovo dalla musica e, per la prima volta, mi sono trovato a cantare. Il risultato qui non ha importanza: quello che conta è che sono riuscito ancora a sorprendermi.

Quattro passi... con Ben - Ventitreesima puntata

Sabrina era un lontano ricordo, non ci vedevamo più nemmeno all’ingresso della scuola. Con gli ex-compagni della prima “F” non c’era più nessun contatto. Era un po’ triste tutto questo, ma era altrettanto reale; Sabrina e Raffaella erano diventate, secondo quello che mi era stato riferito, inseparabili. Andrea aveva cambiato scuola e, dopo essere stato respinto, aveva iniziato un corso per analisti chimici; oggi è un affermato fisioterapista. Vedevo e parlavo solo con Maria Grazia ed Elena, perché all’uscita della scuola dovevamo prendere lo stesso autobus per tornare a casa. Con Maria Grazia non c’era un grande dialogo, mentre con Elena ancora scambiavamo alcune parole. Certo lei ora cominciava ad essere molto grande nei miei confronti, in tutti i sensi, per personalità, carattere e… altezza. Io ed Elena preferivamo prendere l’autobus che andava a Badia a Pacciana piuttosto che quello per Agliana. Facevano lo stesso tragitto fino a Nespolo. Per lei non cambiava nulla, scendeva alla stessa fermata; per me significava scendere alcune fermate prima di quella più vicina a casa, ma ciò non mi creava nessun disturbo. Su quell’autobus c’era meno gente e questo ci permetteva di non fare a gomitate e di avere quasi sempre un posto a sedere per parlare in santa pace. Inoltre, dopo essere scesi, camminando verso casa, terminavamo gli ultimi discorsi, prima di ricominciare il giorno successivo.
Elena era sempre stata per me una persona particolare, speciale in un certo senso, fin dai tempi delle elementari. Mi rendevo conto, però, che le sue attenzioni stavano andando verso altri ragazzi, più grandi, più maturi. Stava crescendo e mi dovetti rassegnare a perderla. Io, al suo confronto, ero ancora un bambino. La sua amicizia mi sarebbe mancata in seguito.

lunedì 20 dicembre 2010

A volte si dice...

Ho preso un'agendina, aperta ad un giorno qualunque, per annotare alcuni indirizzi di posta elettronica.
Poi ho fatto la spunta per vedere se li avevo messi tutti in un messaggio da inviare.
Quando ho terminato, ho letto la frase scritta sotta la data, 26 ottobre 2010, S. Evaristo, martedì:

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.
(Cicerone)

Non so per quale associazione di idee mi è tornato in mente quanto scritto alcuni post fa, legato alla scrittura, un'amica che non vedo da un po'. E questo, a cascata, mi ha rimandato alla lettura, altra amica che frequento poco ultimamente.
La parola "senza", ripetuta due volte, mi ha dato un senso di vuoto, e ho pensato che il vuoto non mi piace.
E poi, io, all'anima ci tengo.
Certo che la mente talvolta lavora proprio in modo strano!
Casualità?
E mi sono guardato nuovamente dentro.

domenica 19 dicembre 2010

Quattro passi... con Ben - Ventiduesima puntata

Mirella era simpaticissima, aveva una grande vitalità, che trasmetteva anche a chi la circondava, ed una intelligenza fuori dal comune. Era una persona molto bella dentro. Divenne l’amica del sabato pomeriggio, compagna di passeggiate nel centro della città.
Organizzammo anche una festa a casa sua. Lei abitava in città, in una casa molto vecchia dalle stanze enormi. In quel salone ampio e scuro, ci attrezzammo per ascoltare i dischi e per ballare. Quel pomeriggio volò via in un batter d’occhio e quelle occasioni si facevano sempre più rare. Il tempo mi sfuggiva, l’anno scolastico stava trascorrendo troppo in fretta. Forse cominciavo ad aver paura di cambiare scuola perché mi piaceva restare lì, con quei compagni. Ma, allo stesso tempo, ero troppo orgoglioso, non volevo ritornare sulle decisioni prese e quindi dovevo andare avanti ad ogni costo. Con il Saimon, cioè Stefano, così era soprannominato, ci saremmo visti, rigorosamente di sabato, negli anni successivi. Con Lorenzo, simpatizzante di Lotta Continua ed ottimo nuotatore, saremmo andati in discoteca insieme, poche volte per la verità, alcuni anni dopo. Oggi lavora in banca: cosa curiosa davvero per uno (ex?) di Lotta Continua.
Fra gli altri, un tipo curioso era sicuramente Nicola. Aveva uno stile tutto suo, sembrava quasi un Lord inglese di una volta, con quel suo portamento ed il suo modo di parlare.
Poi c’era Mario, amante dei cavalli. Ad una festa a casa di Cristina, per Carnevale, conobbi sua sorella, Monica, molto carina. Con lei ballai spesso quel giorno.
Non era mascherata, mentre io avevo un costume da giocatore di football americano. Mia madre era stata determinante per la sua riuscita: lo aveva cucito, aveva ricamato le scritte e attaccato i numeri sulla maglia. Poi una calzamaglia attillata, un paio di scarpette, calzini alti e tanta gommapiuma per riempire le spalle ed il petto. Sembravo l’omino Michelin.
Dopo aver trascorso la festa in casa, uscimmo e cominciammo ad andare per le strade del quartiere, alla Vergine, tirando coriandoli e stelle filanti. 
Rividi Monica solo una volta, una sera d’estate in cui, al circolo del Nespolo, mettevo i dischi per una sfilata di moda. Niente di importante, ma per il paese fu una cosa fuori dal comune.
Non riuscii a parlarci, a causa di quel mio impegno. La salutai con la mano e lei ricambiò il saluto. Avrei voluto parlarle, ma anche quella, ahimè, fu un’altra occasione perduta.
Intanto con Riccardo, nel nostro perpetuo rapporto di avvicinarsi per poi allontanarsi di nuovo, prendemmo la decisione di invertire i nostri posti. Lui era entrato più in sintonia con Cristina, perché erano due mattacchioni che amavamo ridere e sparare battute a ripetizione, non prendevano e non si prendevano sul serio. Io ero entrato più in sintonia con Martina, anche lei molto simpatica, ma un po’ più seria (mica tanto) di Cristina. Oserei dire che era più riflessiva, prima di dire una bischerata, ma alla fine la diceva ugualmente.
Cominciò per me una nuova avventura. Martina era una compagna ideale e non avendo problemi sentimentali con lei, ero sciolto come non mai, parlavo di tutto senza nessun tipo di problema o di timore. Lei faceva altrettanto con me. Ad esempio il lunedì era il giorno del rapporto del fine settimana, quindi ci raccontavamo tutto ciò che avevamo fatto il sabato e la domenica. Lei stava insieme ad un ragazzo di quarta “B” ed ogni lunedì mi raccontava delle loro prodezze in discoteca, il Milleluci di Casalguidi. Ogni domenica timbrava il cartellino in quel locale ed ogni domenica si divertiva più della precedente. Ed io? Che cosa potevo raccontare delle mie domeniche? Il sabato uscivo ed andavo in centro, dove incontravo Mirella ed il Saimon, ma la domenica era spesso un giorno da dimenticare: la mattina studiavo, poi, dopo pranzo, andavo ad aiutare mio padre al circolo, dove faceva il barista. Quando avevo finito con il bar, gli altri ragazzi erano già partiti per raggiungere chi la discoteca, chi il cinema, chi altra gente chissà dove. Così mi ritrovavo ad ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto” alla radio e, successivamente, a guardare in televisione tutte le trasmissioni sportive. Nel mezzo magari un ripassino di storia o matematica. Ricordo tutti gli orari di quelle domeniche piene di noia e di solitudine. Nessun amico per passare il pomeriggio insieme e per uscire. Fuori dalla scuola continuavo ad essere una frana. La domenica scorreva e non vedevo l’ora di arrivare a tarda sera per andare a dormire e risvegliarmi il lunedì per andare a scuola, il solo posto dove riuscivo ad esprimermi. A Martina talvolta dicevo questo, e talvolta inventavo che ero andato in qualche posto; spesso dicevo che ero andato in centro, anche se non era vero, perché la città, si sa, è dispersiva ed è possibile non vedere una persona anche se c’è; figuriamoci se non c’è!
Inoltre aggiungevo: “... ma non ho incontrato nessuno che conoscevo.”
Non avevo visto nessuno e nessuno aveva visto me.
E come avrebbero potuto?

venerdì 17 dicembre 2010

Nevica

Ed è un disastro!
Ma una volta passati il disagio e l'apprensione, la neve riesce sempre a farci giocare di fantasia.

Che dite, mi assomiglia un po'?

domenica 12 dicembre 2010

Luci

Le giornate sono molto brevi.
Per la strada, al ritorno dal lavoro, la sera, non puoi fare a meno di guardare le piccole luci che si affacciano ai tanti balconi. Le più temerararie osano afforntare il vento, sfidandolo in una danza che dura per ore.
I negozi sono illuminati, come le strade, alcune delle quali sono un po' timide.
Annusi l'aria della festa.
Ti sei sorpreso a guardare l'albero di Natale. Fissavi le lampadine colorate, preferendo il momento in cui la luce passa lentamente da una all'altra, quasi a formare un'onda, prima di riprendere con un ritmo da balera.
È notte e, proprio nel momento in cui le luci possono dare il meglio di sé, alcune si spengono, mentre altre resistereanno fino all'alba, quando il sole dominerà su tutte loro.
Poi tutto riprenderà, per un po' di tempo, fino a scomparire nell'oblio per un intero anno, prima di ricominciare tutto daccapo, nella speranza che una luce, una soltanto, riesca a penetrarti e a illuminarti dentro.

E sarà Natale.   

domenica 5 dicembre 2010

Quattro passi... con Ben - Ventunesima puntata

Ero in seconda “B”.
Cominciai a cercarla, poi la trovai: era molto lontana dall’ingresso della scuola.
Entrai in aula, i banchi erano disposti in modo molto originale in confronto a quello che ero abituato a vedere: tre file orizzontali, separate in mezzo da un piccolo corridoio, giusto solo per passarci. Mi sedetti alla sinistra, quasi al centro. Rimanevano due posti alla mia sinistra, dalla parte della finestra, ed uno alla mia destra, dalla parte del piccolo corridoio. Il resto era tutto sulla destra, dal lato dell’entrata. La cattedra era frontale. Una fila davanti a me, una dietro.
Riccardo sedette alla mia destra. Alla sinistra arrivarono Martina e Cristina. Davanti avevo Stefano e Lorenzo. Dietro c’erano Vincenzo e un altro ragazzo di nome Roberto. Sandra e Paola erano lontane, troppo lontane, accanto avevano Mirella e Rita, Davanti a loro c’era Patrizia, con la quale erano andate a scuola insieme alle elementari ed un’altra ragazza, Patrizia anche lei di nome, che aveva l’aspetto di un maschietto, per quel suo modo di vestirsi.
Mi ritrovai in mezzo a compagni tutti nuovi quindi, e per me, timido ed introverso, non era certo la cosa più facile da affrontare. Sarebbe stato meglio avere vicino qualcuno che già conoscevo. Ormai era andata così. I professori erano tutti nuovi.
Notai subito una notevole allegria, sia nei compagni, sia nei professori. Quella classe mi piaceva, sembrava molto più unita rispetto alla prima ed in poco tempo riuscii ad inserirmi a meraviglia. Mi sentivo come se ci fossi sempre stato, i nuovi compagni mi accolsero favorevolmente e ben presto diventai punto di riferimento per la classe.
Ogni tanto sentivo una fitta al cuore, per l’assenza di Sabrina, ma considerato che quando ci incontravamo fuori dalla scuola non sembrava così contenta di vedermi, per lo meno non tanto quanto lo ero io, finii col convincermi che era meglio non sprecare ulteriore tempo dietro a lei e, mio malgrado, decisi di guardare avanti e non in dietro, di dimenticarmi quello che avevo provato per lei, tristemente non ricambiato.
Adesso c’era un mucchio di ragazzi nuovi da conoscere, che sembravano molto simpatici.