Caro Rifugio,
come sai, scrivo sempre dopo che è
successo qualcosa fuori dal mio ordinario. In questo caso mi riferisco alla
rappresentazione teatrale di giovedì scorso.
Ho aspettato qualche giorno, senza scrivere a
caldo come invece ho quasi sempre fatto. Dovevo impiegare il tempo in altro modo e, inoltre, non sapevo se farlo o meno. Ero più propenso per il no.
Ma, considerato che siamo faccia a faccia, tu ed io, alla fine eccomi qua. Questa volta non condividerò sui social queste parole né mi avvarrò di immagini. Saranno parole nude da leggere per chi entrerà al Rifugio ed avrà il desiderio di leggerle.
È stato strano. Non era prevista la mia partecipazione questa volta, ma quando la regista, alla quale sono legato da grande affetto, mi ha convocato, ho accettato con grande piacere, come grande era il piacere di incontrare, di nuovo, le persone di quella compagnia dalle quali mi sono sentito accolto da subito. Una bella sensazione che non provavo da un po’.
Era domenica e lo spettacolo era previsto per il
giovedì successivo. In mezzo il tempo di una prova telefonica. Il resto tutto
da scoprire, come poi è avvenuto poche ore prima dello spettacolo.
Il tema era di quelli che attanagliano lo
stomaco, la shoah, e capire il personaggio da interpretare non era così
immediato. Sono arrivato in teatro con la stessa sensazione di quando andavo a
scuola non avendo studiato abbastanza. Una sensazione che non mi piace, ma che
si è subito dissolta appena ho visto le facce amiche dei miei compagni di avventura.
Non desidero soffermarmi sull’esito dello
spettacolo. I presenti già lo sanno.
Alla fine avrei voluto vedere altre facce da
salutare, con le quali scambiare due parole, magari anche da abbracciare, e chi
mi conosce sa quanto siano importanti per me gli abbracci.
Ma per me è quasi sempre stato così.
Che si tratti di libri, di musica, o di teatro,
ad accompagnarmi, alla fine, sono la strada e il rumore dei miei tacchi.
Tempo fa, avevo scritto dei versi con l’intenzione di metterli nella raccolta che sto curando e che sarebbe pronta già da un po’, se non volessi la mania di modificarla e integrarla in continuazione.
Sarebbero perfetti per concludere questo post.
Adesso, sto scrivendo a Festival di Sanremo
terminato da una manciata di ore, non so più se farlo: sono stato bruciato sul
tempo, un verso di quelli sembrerebbe copiato dal testo di una canzone finita
sul podio, parole che hanno a che fare coi ragionieri e che recitano così:
E come un ragioniere in
bilico fra il dare e l’avere
Faccio
partite doppie persino col mio cuore
Ma sì, dai, li metto ugualmente, i pensanti si faranno la loro opinione, eventualmente.
Sono leggermente differenti da quelli della
canzone, con i quali non vogliono assolutamente essere in competizione.
Rappresentano la considerazione finale, un
bilancio di quello che è scritto nei versi precedenti.
Come
tanti ricco di ordinarietà
Con
mille e più passioni
Tante finestre aperte
Cui affacciarsi per guardare.
Ed io mi sporgo, più che posso.
Vedo un luogo che mi piace,
Da scoprire, da esplorare.
Con un balzo salto giù.
Mi tuffo fuori
E mi ritrovo dentro
A quei mille mondi
Un turbinio di venti
Un movimento di aria
essenziale per la vita.
In quel respiro
scrivo, canto e suono
immerso in una musica
silenziosa per i più.
Sono tante cose senza esserlo
Mille e più passioni
Da viver con me stesso
Gli astri a farmi compagnia
Con la strada ed il rumore dei miei tacchi
Verso un incrocio che non arriva mai.
Sono un uomo
Come tanti ricco di ordinarietà
Con mille e più passioni
Per gli occhi altrui soltanto un ragioniere
Funambolo del dare e dell’avere.
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