domenica 16 febbraio 2025

Sono un uomo

Caro Rifugio,

come sai, scrivo sempre dopo che è successo qualcosa fuori dal mio ordinario. In questo caso mi riferisco alla rappresentazione teatrale di giovedì scorso.

Ho aspettato qualche giorno, senza scrivere a caldo come invece ho quasi sempre fatto. Dovevo impiegare il tempo in altro modo e, inoltre, non sapevo se farlo o meno. Ero più propenso per il no.

Ma, considerato che siamo faccia a faccia, tu ed io, alla fine eccomi qua. Questa volta non condividerò sui social queste parole né mi avvarrò di immagini. Saranno parole nude da leggere per chi entrerà al Rifugio ed avrà il desiderio di leggerle.

È stato strano. Non era prevista la mia partecipazione questa volta, ma quando la regista, alla quale sono legato da grande affetto, mi ha convocato, ho accettato con grande piacere, come grande era il piacere di incontrare, di nuovo, le persone di quella compagnia dalle quali mi sono sentito accolto da subito. Una bella sensazione che non provavo da un po’.

Era domenica e lo spettacolo era previsto per il giovedì successivo. In mezzo il tempo di una prova telefonica. Il resto tutto da scoprire, come poi è avvenuto poche ore prima dello spettacolo.

Il tema era di quelli che attanagliano lo stomaco, la shoah, e capire il personaggio da interpretare non era così immediato. Sono arrivato in teatro con la stessa sensazione di quando andavo a scuola non avendo studiato abbastanza. Una sensazione che non mi piace, ma che si è subito dissolta appena ho visto le facce amiche dei miei compagni di avventura.

Non desidero soffermarmi sull’esito dello spettacolo. I presenti già lo sanno.

Alla fine avrei voluto vedere altre facce da salutare, con le quali scambiare due parole, magari anche da abbracciare, e chi mi conosce sa quanto siano importanti per me gli abbracci.

Ma per me è quasi sempre stato così.                  

Che si tratti di libri, di musica, o di teatro, ad accompagnarmi, alla fine, sono la strada e il rumore dei miei tacchi.

Tempo fa, avevo scritto dei versi con l’intenzione di metterli nella raccolta che sto curando e che sarebbe pronta già da un po’, se non volessi la mania di modificarla e integrarla in continuazione.

Sarebbero perfetti per concludere questo post.

Adesso, sto scrivendo a Festival di Sanremo terminato da una manciata di ore, non so più se farlo: sono stato bruciato sul tempo, un verso di quelli sembrerebbe copiato dal testo di una canzone finita sul podio, parole che hanno a che fare coi ragionieri e che recitano così:

E come un ragioniere in bilico fra il dare e l’avere
Faccio partite doppie persino col mio cuore

Ma sì, dai, li metto ugualmente, i pensanti si faranno la loro opinione, eventualmente.

Sono leggermente differenti da quelli della canzone, con i quali non vogliono assolutamente essere in competizione.

Rappresentano la considerazione finale, un bilancio di quello che è scritto nei versi precedenti.

Sono un uomo

Come tanti ricco di ordinarietà

Con mille e più passioni

Tante finestre aperte

Cui affacciarsi per guardare.

Ed io mi sporgo, più che posso.

Vedo un luogo che mi piace,

Da scoprire, da esplorare.

Con un balzo salto giù.

Mi tuffo fuori

E mi ritrovo dentro

A quei mille mondi

Un turbinio di venti

Un movimento di aria

essenziale per la vita.

In quel respiro

scrivo, canto e suono

immerso in una musica

silenziosa per i più.

Sono tante cose senza esserlo

Mille e più passioni

Da viver con me stesso

Gli astri a farmi compagnia

Con la strada ed il rumore dei miei tacchi

Verso un incrocio che non arriva mai.

Sono un uomo

Come tanti ricco di ordinarietà

Con mille e più passioni

Per gli occhi altrui soltanto un ragioniere

Funambolo del dare e dell’avere. 

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