Han Kang ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura nel 2024, ma non è questo che mi ha spinto a leggere questo libro. Il motivo lo dirò più avanti.
Prima parliamo di questa storia, che vede come
protagonisti due persone di cui non si conoscono i nomi.
Lei ha perso l’uso della parola a seguito una
serie di traumi e si affida allo studio del greco antico, una lingua morta
dalla quale spera di essere consolata, nella speranza di ritrovare la voce.
Lui, l'insegnante di greco, sta perdendo la vista e vive nella lentezza dei
ricordi di un amore che non tornerà più.
Entrambi hanno delle mancanze, molto più che fisiche.
Le loro vite si incontrano e quelle mancanze
diventeranno terreno fertile per il loro rapporto che li vedrà uniti, ma per
sempre separati.
L’autrice sceglie con cura le parole che assumono,
in alcuni passaggi, lo spessore della poesia. Il testo, con il passare delle
pagine, diventa sempre più sottile, frammentato, fino ad assumere la forma di brevi
frasi, piccoli frammenti nei quali è contenuto l’essenziale,
un linguaggio che incarna i sentimenti dei due protagonisti.
E ora veniamo al motivo di questa scelta.
L’ora di greco è un titolo che mi ha chiamato,
quel pomeriggio in libreria.
L’ora di greco è il titolo che volevo utilizzare per un racconto. Poi, visto che era già stato utilizzato, per di più da un’autrice di tale portata, non mi sono sentito di utilizzarlo né di scrivere il racconto che avevo in mente. Con un titolo differente non sarebbe stata la stessa cosa.
Ma perché mi ha chiamato così forte?
Perché ha evocato in me un periodo in cui frequentai un corso di approccio al greco che ricordo con piacere. Il motivo lo scrissi in questo post e, a distanza di circa due anni, lo confermo in ogni singola parola.
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