domenica 2 novembre 2025

L'attesa

L’attesa della pubblicazione è un battito sospeso, un tempo che si tinge di impazienza e di speranza. 
C’è l’emozione di sapere che presto le proprie parole, ancora chiuse tra le pagine, si muoveranno appena, pronte a uscire alla luce e prendere voce, quella di chi vorrà leggere ciò che finora è stato solo tuo. 
È un silenzio vibrante carico di sogni.

 

domenica 26 ottobre 2025

Miniserie - Seconda puntata - Un libro che aspetta

Inizia qui una strana intervista che Ben, improvvisatosi intervistatore, fa a Ben, cioè... volevo dire a Roberto, in vista del suo prossimo progetto.


Come si dice da queste parti: da sé se le dice, da sé se le intende.

lunedì 13 ottobre 2025

Primo indizio

Disumani farà parte del prossimo progetto.

Nell'idea iniziale avrebbe avuto questa copertina.



domenica 12 ottobre 2025

Il cammino è iniziato!

Durante la primavera scorsa, in un post dal titolo Navigare a vista - Cronache di un anno senza progetti, avevo scritto le seguenti parole:

"... avevo detto che nel 2025 avrei navigato a vista, senza progetti, senza rotte tracciate. E così ho fatto.
Ma anche un viaggio senza meta, a volte, ti porta esattamente dove devi andare.

...

Nel frattempo ho continuato a scrivere.
Un romanzo è arrivato alla fine, e ha iniziato il suo percorso."

Poi altri progetti mi hanno... distratto, ma ora il cammino è iniziato.  

Il romanzo a cui facevo riferimento si intitola Disumani e questa sarebbe stata la sua copertina:


Ma non sarà così.

Perché? 

Perché l’idea ha preso un'altra direzione.

Quale? 

Questa!

 

giovedì 9 ottobre 2025

Rifugio a Ben

Caro Ben, 
proprio non riesci a darti pace, eh?
Quelle rotelline girano in continuazione dentro la tua testa e non ce la fai proprio a tenerle ferme.
Ti vengono in mente pensieri, idee, progetti ai quali non vuoi rinunciare, a prescindere da tutto. 
Così, dopo aver ponderato a lungo, ti sei posto un altro obiettivo e hai preso la tua decisione.
Sai a cosa vai incontro, vero? Sei consapevole di questo? Pensa al passato e al recente passato.
Poi non venire a dire che non te l'ho detto.
 


domenica 5 ottobre 2025

Caro Rifugio, oggi compi 17 anni.

Caro Rifugio,
oggi compi 17 anni. 
Quel 5 ottobre era domenica, proprio come oggi.
Non so se dovrei congratularmi con te o con me.
Con te, per essere ancora vivo in questo mondo virtuale che cambia ogni cinque minuti.
Con me, per non averti lasciato andare, nonostante tutto.
Ogni volta mi chiedo se ha ancora senso tornare qui.
E ogni volta, puntualmente, lo faccio.
Forse per abitudine, forse per bisogno.
O forse perché certi luoghi, anche se tutto cambia intorno, restano... casa.
Lo so, sei diventato silenzioso, ma è un silenzio che ormai conosco.
Un silenzio che non chiede attenzioni, ma le accoglie quando arrivano.
E io, ogni tanto, torno. E parlo.
Tu, come sempre, ascolti.
In questi anni sei invecchiato con me.
Ma a modo tuo sei rimasto giovane, intatto, con quella tua aria da diario segreto, da rifugio appunto, dove si può ancora scrivere senza dover piacere a tutti i costi, senza filtri, senza algoritmi.
Non so quanto ancora durerà tutto questo.
Ma oggi non si chiude nulla, oggi si festeggia.
Brindiamo! In silenzio, io e te.

Buon compleanno, Rifugio.

domenica 28 settembre 2025

Racconto tragicomico della mia carriera da scrittore

Questo è il racconto tragicomico della mia carriera da scrittore 
(per passione, per ostinazione e, soprattutto, per me stesso)

SETTE COPIE VENDUTE

Mi chiamo Scriverio Scrivassai, anche se per molti sono Scrivassi, e sono uno scrittore per passione.

La mia vera professione, un tempo nobile, è stata rovinata da un noto personaggio cinematografico degli anni settanta e forse anche per questo ho tentato un’altra strada.

Non sono uno scrittore famoso. Nemmeno uno emergente.
Sono uno di quegli autori che galleggiano nel bizzarro limbo del “ti leggo appena ho un attimo”, dove i “momenti liberi” non arrivano mai, e i lettori, soprattutto quelli più vicini, si dileguano con la velocità di un link dimenticato.

La mia carriera letteraria è iniziata con una tastiera di un pc, così alternativo che non ricordo nemmeno la marca.

Se avessi avuto una penna Bic blu, un quaderno a righe di seconda mano, sarebbe stato tutto molto più romantico, ma probabilmente non sarei riuscito a leggere quello che scrivevo.

Iniziai con una ferrea convinzione in testa: scrivere mi avrebbe reso finalmente leggibile.
Ma ero giovane o poco più. Mi verrebbe da dire che ero già avviato sulla strada dell’adultità.

Ero ottimista e avevo alcuni amici che dicevano frasi come:

«Mi adopero subito per trovarlo.»

«Tu scrivi? Ma dai, che figata! Quando lo pubblichi me lo mandi? Lo leggo sicuro!»
Sono passati ventuno anni.
Sto ancora aspettando.

Il mio primo libro si chiamava… non ha importanza come si chiamava, il riferimento lo capirei soltanto io, ma aveva un titolo onesto, diretto, di due parole.

Arrivo, dunque, subito all’ultimo.

Una raccolta di storie brevi, ironiche, malinconiche, con protagonisti come un uomo che parlava solo con le piante e una donna che viveva nei messaggi vocali non inviati.

sabato 27 settembre 2025

Lettera dell'Autunno agli uomini

Molti anni fa, agli albori della scrittura, scrissi una filastrocca dal titolo L'autunno. 
Tanti artisti hanno dedicato parole, e non solo, a questa stagione.

Oggi mi sono divertito a giocare con quella filastrocca invertendo i ruoli. 
Ho immaginato l'autunno che scrive una lettera agli uomini. 

domenica 21 settembre 2025

Lunga vita, Benassi!

Benassi, ancora lui!

Ancora una volta è arrivato un attimo prima di me.

Ma come fa, dico io, a sapere dove vado, a conoscere i miei spostamenti?

È una vita che mi perseguita: a scuola, sul lavoro, nei momenti di svago e anche durante le premiazioni, occasioni rare, che forse non torneranno mai più.

E così ieri, al momento della premiazione del X Concorso Artistico-Letterario Nazionale Ponte Vecchio, si è presentato! 

Ancora lui, l’onnipresente!

«Secondo classificato con Adagio nella nebbia, Roberto…»

E lì, ho cominciato ad alzarmi per incamminarmi verso il palco per ricevere il premio. Ma: 

«Benassi!»

Oddio, panico.

In quella frazione di secondo sei assalito da mille dubbi.

Ma sono io o si è trattato di un enorme equivoco e c’è veramente un Roberto Benassi?

Ma è solo un frammento di secondo: subito ritrovi la lucidità e capisci che è ancora lui, che attraverso il tuo racconto si è di nuovo presentato.

Non riesci così a goderti appieno il momento, a provare quella gioia che è lì pronta a saltar fuori, ma che subito viene soffocata dal richiamo alla realtà.

Eppure basterebbe leggere, e non leggere quello che si pensa di poter leggere.

Ma quell’errore, quella svista involontaria e non voluta (Benassi è bravo a tendere questi trabocchetti), ti permette di restare con i piedi per terra, e ti dice che, nonostante il secondo premio, rimani un signor nessuno.

Altrimenti non avrebbero sbagliato quel cognome.

Caro Benassi, ormai con te devo convivere.

Sei un bel furbacchione: non ti presenti mai quando c’è da ritirare una raccomandata per una multa stradale oppure per pagare una bolletta o le tasse. Mai!

Invece, quando c’è da fare bella figura, sei sempre pronto a saltar fuori per farti bello, anticipandomi e arrivando sempre un attimo prima di me.

Non so se ci incontreremo ancora, ma se accadrà, e sono quasi certo che accadrà, ti dirò una cosa: voglio proprio vedere, se il giorno del trapasso, avrai il coraggio di presentarti al posto mio!

Ahimé, quel giorno, non saprò come andrà a finire.

Lunga vita, Benassi!



 



domenica 31 agosto 2025

La vita a volte capita – Lorenzo Marone – Feltrinelli (2024)

Ogni libro ha la sua storia, e non soltanto al suo interno.

Prendi questo, per esempio: l’ho comprato a mia insaputa!

Sì, perché lo acquistai in libreria confezionato in un pacchetto a sorpresa, con un cartellino attaccato sopra il quale c’erano solo poche parole, scritte di pugno dal personale della libreria, che ne descrivevano sinteticamente il genere.

E di sorpresa si è trattato.

Un libro che subito mi ha conquistato, per la sua scrittura morbida, leggera ma profonda allo stesso tempo, con la quale l’autore ha affrontato argomenti seri che caratterizzano la vita di tante persone.

Io non amo sottolineare o “sporcare” le pagine dei libri, ma questo è stato uno dei pochi che mi ha fatto venire voglia di farlo. Infatti, ci sono tante parole, frasi, descrizioni, pensieri, sentimenti importanti che avrebbero meritato di essere sottolineati per tornarci su, per essere approfonditi o per essere gustati di nuovo.

L’unico libro che ho terminato di leggere con il desiderio di ricominciarlo subito daccapo.

 

domenica 24 agosto 2025

Amatrice - Nove anni dopo

 Alcune settimane fa sono tornato in quella terra.

Dieci anni sono trascorsi dalla mia ultima visita, e nove da quella notte fatidica in cui tutto cambiò. Da allora, quel territorio continua a gridare, ma resta inascoltato.

Questa ultima visita ha spazzato via — come un colpo di spugna — le immagini solari e gioiose che conservavo nella memoria. Ora, nei miei occhi restano solo tristezza, rassegnazione, desolazione.

Forse è stata colpa di quella giornata grigia, piovosa e fredda.
O forse è stato quel senso di vuoto che il nulla riesce a trasmettere con così tanta forza.

Nove anni fa scrissi le parole che trovate qui sotto.

Amatrice - 24 agosto 2016

«Roberto, sono Don Luigi. Qui ha fatto il terremoto. Io sto bene. Ha spianato tutto. Ci sono i morti, ma io sto bene. Avverti tutti tu.»

Erano le 04:11 del 24 agosto e queste sono le parole che ho sentito rispondendo al telefono, in piena notte.

Don Luigi è lo zio di mia moglie, fratello di mia suocera. Abita ad Amatrice, dove Cinzia e sua madre, entrambe nate lì, avevano trascorso qualche giorno di vacanza fino alla domenica precedente. Io no, quest’anno non sono riuscito ad andarci, come Sara.

In famiglia ci siamo messi in moto per fare quello che lo zio aveva chiesto, avvertendo gli altri parenti e mettendoli al corrente di quella notizia.

Poi è cominciata una ricerca quasi spasmodica di notizie: su internet, in televisione.

Cominciavano ad arrivare le prime testimonianze, ma soltanto la luce del giorno ha saputo dare l’idea di quello che era accaduto.

Il resto è ancora cronaca.

Su internet, sono alla continua ricerca di notizie, video, foto, per cercare di capire, per vedere se riesco ad intravedere quel che resta delle case dei parenti. O solamente per intercettare, in una foto, un volto conosciuto e poter dire: «È vivo!»

Amatrice, un paese che mi ha accolto molte volte durante le vacanze estive.

Amatrice, un paese verso il quale ora provo quasi un senso di colpa: me ne sono accorto solo quando non c’era più.

Alcune persone a noi care non ce l’hanno fatta.

Le notizie di questi giorni mi provocano dolore, come se anch’io fossi nato in quel posto e provo un senso di frustrazione e di impotenza perché adesso vorrei essere lì, come tanta altra gente, a dare una mano.

Così guardo quei soccorritori che lottano contro il tempo per tentare di salvare una vita umana come se fossi uno di loro.

Così guardo quei volontari che distribuiscono pasti caldi come se fossi uno di loro.

Poi guardo quelle persone colpite dalla tragedia, ma non sarà possibile immaginare, nemmeno lontanamente, quello che stanno provando loro.

Ho in mente l’ultima foto che ho scattato ad Amatrice, dalla Croce dell’Eremo, dopo una passeggiata in mezzo al bosco. Una panoramica che la riprende tutta, dalla curva delle suore fino alla Chiesa di Sant’Agostino.

Questa foto è l’ultima che ho scattato ad Amatrice. Risale allo scorso anno.

 

Così non la rivedrò più.

Ma spero di rivederla, forse ancor più bella.


Oggi, a distanza di tutto questo tempo, la speranza che allora nutrivo sta lentamente svanendo.

Nel frattempo, con quella speranza, tante vite se ne sono andate.

Alcune altrove.
Altre per sempre.

mercoledì 20 agosto 2025

Patria - Fernando Aramburu - (Guanda 2017)

Un romanzo considerato da molti un capolavoro. La copertina è costellata da citazioni entusiastiche di questo e di quello.
Per carità, lungi da me fare il bastian contrario, ma un po’ controcorrente mi sento di andare.
Non metto in dubbio la bravura dell’autore, ci mancherebbe altro, ma ci sono molte pagine che mi hanno lasciato perplesso.
Un po’ come quando ascolti una canzone di un artista che è indubbiamente bravo: ne riconosci la qualità, ma semplicemente… non ti arriva.
 
Tralascio trama e analisi dettagliata: si trovano ovunque.
La mia impressione è questa:
Troppo lungo: oltre seicento pagine, un terzo delle quali superflue.
Di non facile lettura: continui salti temporali che disorientano, una narrazione in terza persona che all’improvviso si trasforma in prima, parole il cui significato va ricercato in un apposito glossario posto alla fine del libro.
Personaggi: tanti, troppi, e dal nome complicato. Soprattutto all’inizio, sono un vero e proprio rompicapo.
La tentazione di mollarlo si è fatta sentire quasi subito, ma la curiosità di sapere perché è considerato un capolavoro (e forse anche l’esperienza passata con Il dottor Zivago, finito di leggere dopo l’ennesimo tentativo) è stata più forte.
Così sono arrivato alla fine.
La suddivisione in tantissimi, brevi, capitoli mi è stata di aiuto in questo.
E a proposito di finale: secondo me è un altro punto dolente.

Detto questo, non mancano le note positive.

E lì sì che si vede tutta la bravura dell’autore: nella profondità dei personaggi, siano essi vittime o carnefici (o entrambe le cose allo stesso tempo), nella complessità del perdono, nella capacità di restituire un’umanità anche a chi ha compiuto atti atroci.

E ancora: l’amicizia infranta dalle ideologie, le vite distrutte dalla violenza.

Ce n’è per tutti: ogni lettore può trovare una pagina che sente propria, un passaggio in cui rispecchiarsi.

giovedì 31 luglio 2025

Un piccolo dono nel cuore della notte

Stavo per immergermi nel silenzio della notte, il letto mi attendeva, quando è arrivata una notifica sul telefonino.
Lo tenevo già in mano, pronto a spegnerlo, ma quella lucina ha catturato il mio sguardo e la mia attenzione.
Chi può essere a quest’ora? ho pensato, con quel misto di apprensione che mi prende sempre quando i messaggi arrivano fuori tempo: troppo presto al mattino, o troppo tardi la sera.
Spesso, in passato, sono stati portatori di notizie pesanti.
Ma era solo un’email — e già il cuore ha rallentato. Al massimo, pensavo, sarà una bolletta da pagare… che poi, anche quella, è una piccola cattiva notizia.
E invece no.
Con mia grande sorpresa, ho letto qualcosa che mi ha fatto sorridere nel buio: Adagio nella nebbia si è classificato secondo nella sezione racconti del Premio Artistico Letterario Ponte Vecchio.
Una gioia improvvisa mi ha attraversato, limpida e vera, e ho subito voluto condividerla con chi era ancora sveglio in casa.
Mai avrei immaginato che il mio racconto potesse arrivare così in alto, tra tanti.
Non sapevo nemmeno se ci fosse un riconoscimento per il secondo posto, un dettaglio che avevo del tutto trascurato. Così sono tornato al bando, curioso, a rileggere tutto con occhi nuovi.
Ma non era per il premio che avevo partecipato.
Scrivo da molti anni, ma sentivo il bisogno di qualcosa di più prezioso: uno sguardo esterno, libero, imparziale. Un giudizio sincero da parte di qualcuno che non sa chi ha scritto ciò che sta leggendo.
Ed è arrivata questa inaspettata e graditissima sorpresa.
Un piccolo dono nel cuore della notte.

Qui il verbale del Premio Artistico Letterario Ponte Vecchio

venerdì 4 luglio 2025

Il frutto delle mie riflessioni

Poco più di un mese fa, in un post, avevo annunciato l'inizio di profonde riflessioni (se vuoi, puoi leggerlo qui).
Ero reduce dall'esperienza di Ventisette, per certi versi simile ad altri percorsi vissuti nel tempo, anche molto diversi tra loro per forma e contesto.
A caldo, certe sensazioni emersero con chiarezza. E col passare dei giorni, nonostante la parentesi luminosa della rappresentazione teatrale Jesus Maps - Cercasi Gesù, non si sono affievolite.

Il frutto di quelle riflessioni è contenuto nel video che ho intitolato Bassa Marea.


Ogni volta era la stessa scena: la mia sedia, il quaderno aperto, la mia penna.

Le parole arrivavano – timide, ostinate, scomposte – e io le accoglievo con cura.

Le ascoltavo, le lasciavo raccontare, disponendole in fila come sassolini lungo un sentiero, sperando che qualcuno, un giorno, li seguisse.

Per molto tempo ho continuato. Anche quando, dall’altra parte, tutto restava immobile. Nessun segno, nessuna voce. Solo l’eco del silenzio in un vuoto che si allargava. Era come affidare pensieri al mare e vederli svanire nell’acqua, oltre le onde, senza mai tornare indietro.

Ho resistito, forse troppo.

Per amore, per abitudine, per quella dolce ostinazione che ci tiene fermi anche quando tutto invita ad andare.

O, forse, per quel bisogno antico – tenero e infantile – di credere ancora che quelle parole potessero trovare un cuore dove posarsi.

Scrivevo come si accende un fuoco nel camino: non per farsi notare o attirare sguardi, ma per il calore che può offrire a chi passa lì vicino.

Ma quando nessuno si ferma, la stanza resta vuota, e anche il fuoco smette di ardere, si fa brace, poi cenere, fino a spegnersi da solo, piano piano.

Ora ho chiuso il quaderno. Non con rabbia, ma con la lentezza di un gesto che conosce il tempo. Con la gratitudine che si deve alle cose amate. La penna è rimasta lì, sul tavolo, come un oggetto qualunque.

E va bene così.

Non è un addio. È il momento in cui il mare si ritira dalla costa, portando con sé parole che non hanno più dove approdare.