domenica 23 agosto 2026

Fermo Immagine - Racconto (2022) - Selezionato per l'Antologia del Premio di Letteratura Ponte Vecchio 2026

Questo racconto del 2022, già presente nella raccolta Ventisette del 2025, è stato selezionato per essere inserito nell'Antologia del Premio di Letteratura Ponte Vecchio 2026.
Una notizia che rende speciale questa domenica di agosto.

Per chi vuole leggerlo, o rileggerlo, metto qui sotto la versione che ha partecipato al concorso, leggermente differente dall'originale.

Il mio grazie a organizzazione e giuria.


Guardo fuori e penso.

Mi sembra quasi impossibile che sia trascorso così tanto tempo. Fino a una certa età ci sentiamo forti, invincibili. Poi cambia tutto nel volgere di pochi anni.

Dicono che porto bene la mia età, ma non è così: sono sordo, ci vedo meno, i riflessi sono rallentati.

Adesso me ne sto seduto davanti alla finestra, avvolto in un pannolone intriso di piscio caldo, e guardo la vita degli altri che passa davanti a me.

È come un film muto. Immagino di essere al di là di quel vetro che mi separa dalla vita, quella vera, e di essere un attore, magari uno dei protagonisti. Il silenzio avvolge le mie giornate, mentre le voci della TV fanno da sottofondo alla mia esistenza.

I miei figli non capiscono. Sono bravi, per l’amor di Dio, ma non capiscono che non sono più quello di una volta. Forse non vogliono accettare il fatto che sia invecchiato. Quando non rispondo, gridano. Si arrabbiano quasi. Ma io ho bisogno dei miei tempi. Non lo fanno per cattiveria, per loro sono ancora giovane, forte, con la testa a posto. Ma quella mi sta abbandonando. I ricordi si stanno affievolendo. Le parole a volte non escono. Restano i pensieri.

Ho alcune certezze: il mio nome, Pietro, e Mina, quello di mia moglie, buonanima. Non ricordo più la data del matrimonio, a volte solo l’anno. I compleanni non esistono più. Questo mi fa male, e lo fa anche a chi si aspetta un augurio che non arriverà. Scrivo dei promemoria, ma poi li perdo o dimentico di leggerli.

I miei figli dicono che sono egoista. Non è vero, cerco solo di non dare fastidio. Non sono ancora rimbambito, ma spesso mi sento come se lo fossi. Vorrebbero che fossi come loro, ma io non lo sono. Mi trovano molti difetti, ma se sono cresciuti bene, qualcosa di buono l’avrò fatto anch’io, o no? Ho sempre amato la schiettezza. Ho sempre detto quello che penso in faccia a tutti. Ma quando questa schiettezza viene rivolta nei miei confronti, vorrei che fosse addolcita un po’.

Hanno detto che vogliono assumere una badante, ma a me non interessa. Mina non si sostituisce. E poi sono ancora autosufficiente, non ho bisogno di nessuno. Puoi assumere anche dieci badanti, ma la casa senza Mina sarà sempre vuota.

Quando affrontiamo questo argomento finisce che alziamo la voce. Io non voglio nessuno, un piatto di pasta riesco ancora a farlo. Le pulizie, quelle meno, anzi, per niente. Basta, non voglio pensarci.

Oggi è una giornataccia, spero che non venga nessuno, così me ne starò da solo in compagnia dei miei ricordi. I ricordi sono come delle scatole. All’improvviso si presentano, da sole, e si sistemano nella stanza. Alcune sono piene di polvere, come quella laggiù, altre grandi. Poi ce ne sono di meno sporche, altre più piccole. Alcune volte lo sguardo le cerca, ma proprio quella che interessa non c’è.

Lo scuolabus si è appena fermato nella strada. La porta si sta aprendo e Giulia fra poco scenderà. Non ha ancora dieci anni, o forse sì? Appena scende corre subito per entrare in casa sua, vuoi scommettere? Infatti. È così ogni giorno. Che vitalità quella bambina!

Devo avere qualche foto di quando andavo a scuola proprio in quello scatolone polveroso che sta laggiù, vicino alla porta. Ma… era là! Come fa a essere qui, adesso, vicino alla mia poltrona?

È facile aprirlo. Fatto. Le foto devono essere proprio qui. Eccole. Sono un po’ ingiallite, ma ancora nitide. Voglio vedere se c’è ancora quella del gruppo delle elementari. Me la ricordo bene… devo solo cercarla. Eccola, trovata! È proprio lei.

Io sono in prima fila. Mi hanno sempre messo lì perché sono sempre stato piccolino. Nella seconda, in piedi, oltre alla maestra ci sono gli altri compagni di classe, fra i quali Fabiola, il primo amore. La foto è di quinta. Che età abbiamo in quinta? Accidenti, è troppo difficile fare il calcolo. Se ho iniziato a sei anni… o sette? Al diavolo i calcoli! Ero in quinta e questo mi basta. Però, con quel ciuffetto sulla fronte e con quel grembiulino ero proprio grazioso.

Anche Fabiola era carina, con i suoi capelli scuri a caschetto. Era un po’ più alta di me. E chi non lo era?

Forse Giulia ha l’età che Fabiola aveva nella foto. Noi non avevamo lo zaino e nemmeno lo scuolabus che veniva a prenderci e a riportarci. Facevamo chilometri per andare e tornare da scuola. Non avevamo un filo di grasso, soprattutto perché avevamo poco da mangiare. A volte non c’era niente da mettere in tavola. La nostra era una dieta naturale.

Fu andando a scuola che vidi Fabiola per la prima volta. Non che non l’avessi vista prima, era in classe con me, che diamine, ma fu la prima volta che la vidi con occhi diversi e mi accorsi di lei. Era qualche metro davanti a me. La seguivo, cercando il coraggio di parlarle. Se solo avessi avuto un amico, una spalla, qualcuno in grado di aiutarmi in quella impresa. Ma cosa avrei potuto dirle? Tutto quello che mi passava per la mente mi sembrava banale, scontato, sicuramente poco interessante per lei. Ero in quinta e non sono mai stato bambino. Che vita triste, la mia. Credo che ogni età debba essere vissuta, ma per me non è stato così.

Non riuscii mai a dire niente a Fabiola nel tragitto per andare a scuola. Ma il destino mi venne incontro e mi diede una mano. Capitò un giorno che andammo a fare il bagno nel fiume, una delle rare volte in cui fui invitato ad andare con gli altri. C’era un punto dove l’acqua era più profonda, e i più coraggiosi si tuffavano. Io non ero tra quelli. I più grandi mi prendevano in giro e dicevano che ero un fifone. Provocavano in continuazione, così un giorno dovetti accettare la sfida, non potevo continuare a fare la figura del codardo davanti a Fabiola.

Allora…

Perché Giulia non è ancora entrata in casa? Adesso busso sul vetro e le dico di venire qui. Non mi sente… Forse non c’è nessuno, ma non può restare lì fuori, è pericoloso per una bambina della sua età. Devo aprire la finestra per chiamarla. Accidenti, non ci arrivo. Vaffanculo! Come posso attirare la sua attenzione? Stai calmo… Ecco, il padre è arrivato.

Dove ero rimasto? Ah sì, Fabiola. Il primo amore non si scorda mai, dicono. C’è del vero. Forse la persona non si scorda mai, ma il sentimento viene superato dal vero amore, anche se non è il primo. Mina non si scorda mai!

E questa, tutta polverosa, da dove spunta fuori? Sembra un forziere, una specie di scrigno. Chissà se contiene un tesoro. Con queste battute non faccio ridere neanche me stesso. Fai pena, Pietro.

Il padre di Giulia… è arrivato.

Quanta polvere, guarda che mani sporche. Una strofinata sui pantaloni e tornano pulite. Fatto. Cosa c’è dentro? Ma sì, questa me la ricordo. Io non ero ancora nato. Mio padre era poco più di un bambino. Allora crescevano più in fretta: la miseria, la fame e la guerra li rendevano subito adulti.

Un giorno mi raccontò una storia pazzesca. Per guadagnare qualcosa da portare a casa, faceva piccoli servizi per i soldati di una caserma e quelli in cambio gli davano qualche moneta o un po’ di cioccolata. Tutto contribuiva alle vuote casse della famiglia, a volte sembrava tanto anche qualche pezzo di pane raffermo che veniva bagnato nell’acqua quando era troppo duro.

Facendo quei servizi veniva fatto entrare senza tanti controlli all’interno della caserma. Era diventato una piccola mascotte e, girovagando qua e là, la conosceva bene, dalle cucine ai magazzini. E anche qualche piccolo passaggio che era sconosciuto ai più.

Durante la guerra, quella caserma venne presa dai tedeschi per farne un punto di raccolta di tutti gli oppositori e di tutti i loro nemici. Ci finirono anche molti ebrei.

Lui lo apprese sentendone parlare in famiglia. I suoi gli vietarono di tornarci, perché era diventato molto pericoloso. Non c’erano più i soldati che conosceva, ma gli oppressori. Ma lui non capiva bene cosa significava essere prigionieri e perché delle persone dovessero essere tenute rinchiuse lì dentro. Dall’alto della sua innocenza e della sua ingenuità pensò di sfruttare la conoscenza di quel posto per liberare qualcuno. Cosa ci vuole, disse, so io da dove passare.

Capirai, una cosetta da nulla: un bambino contro le guardie dell’esercito più temuto del mondo!

Per lui era come giocare a guardie e ladri, e in un lampo sparì, senza dare il tempo ai suoi genitori di muoversi per riacchiapparlo. Non riesco a immaginare la preoccupazione e la paura dei nonni. In tre e tre sei, era sparito nel nulla. Avvicinarsi alla caserma voleva dire farsi catturare. Con il cuore in gola, non poterono fare altro che aspettare. E sperare. E pregare.

Tornò il mattino seguente, sporco e sorridente. I suoi lo abbracciarono, in lacrime. La paura non era passata, ma la curiosità era tanta. I nonni gli chiesero che cosa aveva fatto tutta la notte. Lui, prima di tutto, disse che aveva fame, e ottenne un pezzo di pane e un po’ d’acqua. Mangiando, raccontò che aveva fatto scappare alcuni ebrei, passando per i passaggi che solo lui conosceva. Fino a quel momento, perché poi, disse, dopo aver accompagnato fuori una famiglia, uno di loro, che aveva imparato come fare, tornò indietro per fare scappare gli altri. Ma quanti altri? Non li aveva contati e non lo seppe mai fino a qualche anno fa, quando sentì una storia alla televisione. Era un pomeriggio piovoso, e lui stava guardando uno di quei programmi in cui si parla molto. Quel giorno un ebreo, molto anziano, raccontò di essere stato liberato da un bambino che aveva fatto passare lui ed altri da un cunicolo nascosto sul retro della cucina di una caserma. Alla fine furono otto persone a fuggire grazie a lui, ma non avevano mai saputo chi fosse né come si chiamasse. Sperava che fosse ancora vivo e che lo stesse guardando, per ringraziarlo: se aveva potuto vivere la sua vita, lo doveva a quel bambino.

Sentendo quel racconto, mio padre si bloccò. La mamma, che conosceva quell’episodio, chiese se fosse proprio quello e se quel bambino fosse proprio lui. Mio padre, non potendo parlare per la commozione, annuì. La mamma lo abbracciò e piansero insieme.

Sono vecchio, i ricordi pesano e i sentimenti possono fare male, ma io mi nutro di loro. Sono sempre meno, ma alcuni sono lucidi. È stancante aprire queste scatole. Le guardo, ma non ho voglia di aprirle tutte. Quella contiene le ultime ore di Mina. Quell’altra i momenti più belli dei miei figli. Quella la nascita dei miei nipoti, che vedo sempre meno. Dolore e gioia fanno a pugni, ma convivono. Alcuni giorni va meglio, altri peggio.

Aspettando la sera me ne sto qui davanti alla finestra, avvolto nel mio pannolone intriso di piscio, e guardo la vita degli altri che passa, se passa. A volte affiorano ricordi. Altrimenti è solo un fermo immagine.

Quando farà buio, non sarò più solo.

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