lunedì 24 agosto 2026

Amatrice, dieci anni dopo

Quella  notte arrivò una telefonata inaspettata.

Don Luigi è morto lo scorso anno. 

Non è più rientrato a casa sua.

Qui sotto il brano, già presente in Ventisette.

«Roberto, sono Don Luigi. Qui ha fatto il terremoto. Io sto bene. Ha spianato tutto. Ci sono i morti, ma io sto bene. Avverti tutti tu.»

Erano le 04.11 del 24 agosto e queste sono le parole che ho sentito rispondendo al telefono, in piena notte.

Don Luigi è lo zio di mia moglie, fratello di mia suocera. Abita ad Amatrice, dove Cinzia e mia suocera, che sono nate lì, avevano trascorso qualche giorno di vacanza fino alla domenica precedente. Io no, quest’anno non ci sono potuto andare, come Sara.

In famiglia ci siamo messi in moto per fare quello che lo zio aveva detto ed abbiamo avvertito gli altri parenti mettendoli al corrente di quella notizia.

Poi è cominciata la ricerca, quasi spasmodica, di notizie: internet, televisione.

Cominciavano ad arrivare le prime testimonianze, ma soltanto la luce del giorno ha saputo dare l’idea di quello che era accaduto.

Il resto è ancora notizia di cronaca.

Su internet sono alla continua ricerca di notizie, video, foto, per cercare di capire, per vedere se riesco ad intravedere quel che resta delle case dei parenti, o solamente per intercettare, nelle foto, un volto conosciuto e poter dire: «È vivo!»

Alcune persone a noi care non ce l’hanno fatta.

Le notizie di questi giorni mi provocano dolore come se anch’io fossi nato in quel posto e provo un senso di frustrazione e di impotenza perché adesso vorrei essere lì, come tanta altra gente, a dare una mano.

Così guardo quei soccorritori che lottano contro il tempo per tentare di salvare una vita umana come se fossi uno di loro.

Così guardo quei volontari che distribuiscono pasti caldi come se fossi uno di loro.

Poi guardo quelle persone colpite dalla tragedia, ma non sarà possibile immaginare nemmeno lontanamente quello che stanno provando loro.

Amatrice, mi hai ospitato molte volte per le vacanze estive e adesso nutro un senso di colpa nei tuoi confronti, perché mi sono accorto di te nel momento in cui non ci sei più.

Ho in mente l’ultima foto che ti ho scattato dalla Croce dell’Eremo, dopo una passeggiata in mezzo al bosco: una panoramica che ti riprende tutta, dalla curva delle suore fino alla Chiesa di Sant’Agostino.

Così non ti rivedrò più.

Ma spero di rivederti, un giorno, forse ancor più bella.

 

Emozioni, agosto 2016

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