Non chiedo più il permesso di esistere.
C’è una stanza scura nell’editoria dove i manoscritti aspettano. Aspettano mesi, anni, a volte il silenzio, altre volte una lettera prestampata che chiede denaro per trasformare un sogno (o l’illusione?) in carta. È una giostra antica, stanca, dove tutti gridano per farsi ascoltare e pochissimi si fermano a sentire.
Io non ho più tempo per i calendari degli altri. Quando un pensiero si compie, quando una storia trova la sua forma, ha bisogno di respirare, subito, non tra due anni o dopo la benedizione di qualcuno.
Così apro la porta, sciolgo le parole nel vento e lascio che trovino la loro strada, da sole. È un atto di libertà. È scavalcare il muro della burocrazia dell’anima per guardare negli occhi chi legge, senza filtri, senza sconti.
Ogni tanto, solo per misurare la lunghezza del mio passo, metto una storia in una busta e la spedisco a un concorso. Un banco di prova asciutto, un gesso sulla lavagna per vedere se il tratto tiene.
La mia vera casa è in questa urgenza di dire. Senza chiedere scusa, in barba a ogni pregiudizio. Perché una pagina scritta che resta chiusa in un cassetto, per me non è altro che una forma di solitudine.
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