mercoledì 30 settembre 2026

Gesù di Nazaret – Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione – Joseph Ratzinger - Benedetto XVI (Libreria Editrice Vaticana – 2011)

Leggere i libri di Papa Ratzinger è sempre illuminante.

In passato avevo letto due libri della trilogia su Gesù. Adesso ho terminato anche il terzo, non in ordine cronologico.

La sensazione che ho avuto leggendo queste pagine è stata quella di non capire niente, ma in senso buono.

Mi spiego meglio: Ratzinger scrive bene, in maniera fluida e comprensibile, avvalendosi talvolta di esempi e riepiloghi schematici che aiutano nella comprensione e nella sintesi.  

Più volte ho esclamato dentro di me: «Che testa che ha quest’uomo! Ma come fa?»

Fa collegamenti impensabili per noi persone comuni, forse nemmeno immaginabili; analizza le parole fino a farne un’autopsia; paragona i sinottici e ne evidenzia le impercettibili differenze, spiegandone il perché, quando c’è e anche quando non c’è; si sofferma sui motivi per cui è stata usata una preposizione e non un’altra. E potrei continuare.

È per tutti questi motivi che rimani lì, pensando di non capire nulla: uno legge i versetti, sì, vede che non sono uguali ma che il concetto non cambia, e prosegue, passandoci sopra come su delle strisce pedonali.

Un libro che sarebbe non da leggere, ma da studiare con le Scritture accanto per averle a portata di mano ogni qualvolta vengono richiamate.

E così ti accorgi di quanto sia bello imparare qualcosa in più da persone che, con semplicità, e magari “abbassandosi” di molti gradini, riescono a farti vedere dove il tuo sguardo non arrivava.

domenica 27 settembre 2026

Cher ami,

Cher ami,

Ci siamo salutati da poco, l’eco della festa risuona ancora dentro di noi.

Tutti desideravano scambiare con te un’ultima parola, carpire un ultimo sguardo. E, in quel frammento di tempo in cui le nostre voci si sono incrociate, ti ho consegnato un lembo della mia anima.

Come conciliare il dolore del distacco e la gioia per una persona cara che torna alle proprie radici? Nella tempesta dei miei sentimenti ho cercato una bussola, e l’ho trovata nella speranza.

Una speranza che si faccia custode del passato, per non perdere quello che ci hai lasciato e che abbiamo condiviso.

Una speranza che si faccia auspicio per il futuro, un filo invisibile che renda possibile ciò che è improbabile… perché sappiamo bene entrambi che le migliaia di chilometri di polvere e acqua che ci divideranno non si ridurranno facilmente fino a tornare a zero. Ma per il cuore non esiste distanza che possa davvero separare.

E allora buon proseguimento. Che la luce guidi il tuo viaggio e che Dio ti accompagni sempre.

Ciao, mon ami.

Il riflesso della luna



venerdì 25 settembre 2026

L'attesa è una polvere che copre le parole

Non chiedo più il permesso di esistere.

C’è una stanza scura nell’editoria dove i manoscritti aspettano. Aspettano mesi, anni, a volte il silenzio, altre volte una lettera prestampata che chiede denaro per trasformare un sogno (o l’illusione?) in carta. È una giostra antica, stanca, dove tutti gridano per farsi ascoltare e pochissimi si fermano a sentire.

Io non ho più tempo per i calendari degli altri. Quando un pensiero si compie, quando una storia trova la sua forma, ha bisogno di respirare, subito, non tra due anni o dopo la benedizione di qualcuno.

Così apro la porta, sciolgo le parole nel vento e lascio che trovino la loro strada, da sole. È un atto di libertà. È scavalcare il muro della burocrazia dell’anima per guardare negli occhi chi legge, senza filtri, senza sconti.

Ogni tanto, solo per misurare la lunghezza del mio passo, metto una storia in una busta e la spedisco a un concorso. Un banco di prova asciutto, un gesso sulla lavagna per vedere se il tratto tiene.

La mia vera casa è in questa urgenza di dire. Senza chiedere scusa, in barba a ogni pregiudizio. Perché una pagina scritta che resta chiusa in un cassetto, per me non è altro che una forma di solitudine.

giovedì 10 settembre 2026

Credo nella bellezza delle imperfezioni e nel loro potere salvifico

Ci sono crepe che non vanno nascoste, ma illuminate.

Viviamo immersi nella ricerca ossessiva di un’ideale di perfezione che non ci appartiene: profili social impeccabili, carriere senza sbavature, relazioni da copertina. Ma la verità è che la perfezione è fredda, statica, sterile. Non lascia spazio alla crescita e, soprattutto, non esiste.

Sono i nostri errori, le nostre cicatrici e i dettagli “fuori posto” a renderci umani, unici, autentici e irripetibili. Un po’ come quell’arte giapponese, il cui nome mi risulta difficile da ricordare, che ripara la ceramica frantumata evidenziando le crepe con l’oro: ciò che era rotto diventa ancora più prezioso proprio attraverso la sua storia.

Accettare l’imperfezione non significa accontentarsi, ma liberarsi dal peso delle aspettative irrealistiche. È un atto di coraggio che ci salva dalla tirannia del dover essere sempre “perfetti” e ci restituisce la libertà di essere semplicemente noi stessi.

I difetti non sempre sono... un difetto.

Guarda le tue crepe: è lì che hai smesso di nasconderti.