domenica 10 giugno 2012

Quattro passi... con Ben - Settantunesima puntata


Il resto dell’anno proseguì in modo tranquillo, secondo la solita routine giornaliera.
Essendo diventato autista, mi ero definitivamente stabilito nell’ufficio in cui si gestiva tutto il carteggio degli automezzi, al Taliedo. Lì lavorava anche lo Squalo, così nei momenti di intervallo ci ritrovavamo al bar insieme a Federico, che lavorava al comando.
Eravamo diventati molto affiatati e più il tempo passava più ci legavamo.
Ognuno di noi faceva la sua corsa per tornare a casa il più possibile (ed in questo la “lingua” dello Squalo era imbattibile), a Federico fu concessa addirittura la licenza premio che, oltre per i suoi meriti, era un premio per tutto il nostro scaglione (così ci disse il capitano), ma riuscivamo addirittura a tornare a casa anche con un semplice permesso 8-12, cioè valido fino a mezzogiorno, ora in cui poi ci si poteva avvalere della libera uscita e rientrare poi molto tardi di notte, con qualche piccola complicità. Allora ci organizzavamo per ottenere quel permesso in modo tale da riempire una macchina, la mia o quella dello Squalo, per dividere le spese del viaggio. E così si partiva alla volta della Toscana, premendo sull’acceleratore per accorciare il tempo del viaggio ed arrivare prima, per sfruttare tutto quel poco tempo a nostra disposizione. Poi la sera, puntuali, si ripartiva per essere a mezzanotte in caserma.
Alcune volte però, invece di tornare a casa, andavamo a fare i turisti in alcune città.
Ed è così che ho visto per la prima volta Venezia e Milano, oltre a quelle un po’ più piccole, come Verona e Cremona, che in precedenza non avevo mai visitato.
Insomma cercavamo di far fruttare al meglio quell’esperienza militare.
Ogni occasione era buona per cercare di evadere, ma in senso positivo.
E con questo spirito partecipammo ad un torneo di calcetto a Montichiari, facendo una squadra che era costretta a cambiare formazione tutte le volte che giocava, a causa dei turni di guardia e dei servizi.
Ovviamente arrivammo ultimi nel nostro girone e fummo eliminati. Però ricordo ancora con piacere l’unica partita che giocai, anche se perdemmo 6 - 3.
Quella sera avevamo fatto fatica a trovare cinque giocatori da mettere in campo. Ed essendo in cinque bucati non avevamo la possibilità di effettuare cambi per riprendere fiato. Il quinto “atleta” era il maresciallo Esposito, che si credeva un giocatore, ma che doveva fare i conti con l’età avanzata.
Fino a quando ci resse il fiato giocammo alla pari con gli altri, fino al 3 - 3; poi ci fu il tracollo.
Io segnai due goals, di cui uno spettacolare, forse il più bello di tutti di quelli che ho segnato durante la mia attività amatoriale in tornei e campionati di calcio a 5.
Fu proprio Esposito che mi fece l’assist.
Iniziò l’azione sulla fascia sinistra del campo, triangolando con Giovanetti che gli rese la palla. Lui scese fino sul fondo, poi rimise la palla al centro rasoterra ed io, facendola passare  fra le gambe, la toccai di tacco facendola finire in fondo alla rete dal lato opposto a quello in cui era piazzato il portiere. Alzai le braccia al cielo per esultare ed anche il pubblico apprezzò quell’azione ed applaudì sportivamente.
Era poca cosa, di poca importanza, in fondo era un torneo insignificante, ma a me bastava per dare un senso a tutte le piccole cose che potevano aiutarmi a farmi trascorrere meglio quell’annata.
E così era utile anche una partita di calcetto.
Oggi, a distanza di tanti anni, mi sto rendendo conto che ricordo maggiormente tutto ciò che era positivo o allegro e quasi niente di ciò che mi dava fastidio, e di conseguenza posso dire che, nonostante tutto quello che si possa pensare sull’inutilità del servizio di leva, quell’anno è stato positivo ed utile.
Lì ho potuto veramente capire che tipo di persona sono quando me la devo cavare da solo, lontano da casa e sono contento di come mi sono comportato in quei frangenti. Ho conosciuto amici che ancora frequento, ho cercato di aiutare altri che invece soffrivano per la lontananza degli affetti familiari.
Quindi dal lato morale e sentimentale sono cresciuto molto riuscendo a capire e gestire i vari distacchi dai genitori, dal fratello, dalla fidanzata e dagli amici abituali.
Dal punto di vista squisitamente pratico sono grato a quell’anno perché sono riuscito a prendere la patente per guidare camion e autobus, cosa che in molti avrebbero voluto per le necessità nella vita normale. A me, grazie a Dio, non è mai servita, perché ho sempre lavorato per ciò che ho studiato. Ma essere riuscito a prenderla significa che anche in quel caso sono riuscito a fare qualcosa per il meglio.
E poi, sono soprattutto contento perché sono riuscito a rimanere me stesso, impegnandomi anche quando era facile fare il contrario, e rimanendo coerente al mio modo di pensare e di agire, rispettando me stesso e gli altri.
E il congedo era ormai alle porte. 

mercoledì 6 giugno 2012

Letture diverse

Ultimamente ho sperimentato letture diverse da quelle abituali. 
Ho letto più volte un libro di poesie. La lettura è stata una caccia al tesoro, con la mente a caccia di personaggi da sviluppare per un lavoro successivo.
Poi ho letto, più volte, un breve testo, quasi teatrale, per lo stesso motivo.
Più che una lettura è stato quasi uno studio, in entrambi i casi.
Non ricordo di aver letto libri, in passato, per più di una volta, finendo e ricominciando immediatamente.
La cosa che mi ha colpito è che, rileggendo subito, nella lettura successiva ho notato particolari sfuggiti in quella precedente, e la domanda è nata spontanea: quante cose mi sarò perso di tutti i libri letti in passato?

venerdì 1 giugno 2012

Quattro passi... con Ben - Settantesima puntata


La vigilia di Natale arrivò.
Prima dello spettacolo ci fu la cena alla quale parteciparono gli ufficiali, con le relative famiglie, ed i soldati, gli uni mischiati agli altri, uniti nelle lunghe tavole preparate nel nostro ristorante.
Il cibo era buono e tutti quanti erano buoni in quell’atmosfera natalizia.
Poi dopo lo spumante, tutta la sala fu sgombrata in pochi minuti per dare inizio allo spettacolo
Io ero un po’ teso, ma appena salii sul palco prendendo posto dietro la batteria, tutto sparì di colpo.
Ero pronto, e lo erano anche gli altri.
Il presentatore della serata, arrivato da Verona, iniziò:
“Signore e Signori, è giunta l’ora di iniziare lo spettacolo, Aspettando la cometa 1985. Ad allietare la serata, con musica e canzoni, il gruppo Re-Ri Band (accompagnai gli applausi con una rullata di tamburo)”
Presentò tutti i componenti fino a:
“Alla batteria: artigliere Roberto Benassai!  Auguro a tutti un buon divertimento! E adesso: via con la sigla!”
Era il nostro momento!
Eravamo un po’ emozionati, ma appena Biagio partì con le prime note, ci calammo tutti nella nostra parte e tutte le ansie sparirono. Adesso c’era solo da fare bene e divertirsi suonando. Io poi ero su un altro pianeta dalla contentezza, perché finalmente potevo suonare lo strumento che amavo di più, avendo colto al volo un’opportunità unica per farlo.
La serata iniziò e continuò nel migliore dei modi. Le canzoni ci vennero bene a tal punto che ci furono chiesti alcuni “bis”, gli applausi furono tanti e convinti. Biagio suonò i suoi brani con la fisarmonica facendo ballare gli ufficiali con le mogli, e l’imitazione che avevo preparato fece sorridere tutti quanti.
Insomma, fu un vero successo, ed alla fine ricevemmo i complimenti di tutti. In particolare ricordo quelli del comandante Gelato.
“Complimenti, siete stati davvero bravi. Dopo il disastro iniziale avevo un po’ di paura per la riuscita della serata. Ma vi siete preparati ed avete svolto il compito in maniera eccellente.”
Era sempre formale quando parlava.
Intervenne Pucci che disse: “Signor Comandante, adesso glielo possiamo dire.”
“Dire cosa?”
“Vede, nel nostro gruppo, tutti sapevamo di musica tranne l’artigliere Benassai. Per lui si è trattato della prima volta: fino all’inizio delle prove, poche settimane fa, non aveva mai suonato la batteria.”
“Non è possibile! E perché non me lo avete detto subito?”
“Pensavamo che lei non avrebbe accettato di inserirlo nel gruppo. Così abbiamo voluto prima provarlo. Ed è andata bene. Non le pare?”
“È andata molto bene. Complimenti di nuovo.”
Strinse la mano a tutti e si accomiatò, facendo gli auguri di buon Natale.
Fu poi il turno del maggiore La Triglia a complimentarsi:
“Se avessi saputo che eravate così bravi non avrei ingaggiato quel presentatore. Avete praticamente fatto tutto voi. E tu, Benassai, ma come ti è venuta in mente quella storiella? Bravi, bravi veramente. Ci avete fatto trascorrere una bella serata. Vi auguro di cuore un buon Natale.”
Finalmente arrivò l’ora di andare a letto, ma noi del gruppo eravamo così carichi di adrenalina che nessuno aveva voglia di dormire. Così ci radunammo nella mia camerata ed incominciammo ad ascoltare il nastro della serata che avevamo registrato, facendo commenti ed anche critiche sul nostro operato. Eravamo tutti contenti, specialmente io. Ero quasi incredulo.
La serata era stata magnifica, indimenticabile, tant’è vero che a distanza di molti anni, quando arrivo alla vigilia di Natale, di nascosto, con le cuffie, mi ascolto sempre quella cassetta e quella canzone natalizia, e credo che continuerò a farlo fino a quando non si guasterà.

sabato 26 maggio 2012

Mi sarebbe piaciuto


Stasera, in un teatro non molto lontano da qui, si svolge un incontro dedicato al dono della scrittura. Ad animare la serata Stefano Benni e Daniel Pennac. Ho cercato di comprare i biglietti, qualche giorno fa. Niente da fare: tutto esaurito. Un vero peccato ma, tenendo presente che la capienza del teatro è di circa 850 persone, sono rimasto piacevolmente sorpreso, perché non immaginavo che la scrittura "tirasse" così tanto. Quelli sono numeri da eventi musicali, teatrali, o comunque spettacolari.
Che considerazione fare?
 

lunedì 21 maggio 2012

Quattro passi... con Ben - Sessantanovesima puntata


E così mi aggiunsi al gruppo, al quale dovevamo dare un nome.
Io proposi il nome “Re-Ri Band” che era una sintesi del nome della caserma ed inoltre era molto orecchiabile. Incontrai i favori del gruppo ed il nome fu quello.
La prima cosa era fatta.
Nei giorni successivi cominciammo a mettere a punto i brani musicali da preparare, pensando anche al tipo di pubblico che avrebbe assistito allo spettacolo e cioè tutti militari di professione con le rispettive famiglie, “obbligati a partecipare”, e i soldati di leva rimasti in servizio per consentire ad un’altra buona parte di andare in licenza per le feste natalizie.
Lo spettacolo, il cui titolo era “Aspettando la cometa”, era previsto per la vigilia di Natale, e noi avevamo circa tre settimane per preparare tutto. Il tempo non era tanto, ma fummo esonerati spesso dai servizi per fare le prove. Avevamo attrezzato una stanza accanto al ristorante e lì ci riunivamo in tutti i momenti liberi.
Un giorno, durante le prove, irruppe improvvisamente il comandante.
“Buongiorno ragazzi. Sono venuto a sentire a che punto siete. Fatemi ascoltare qualcosa che avete preparato.”
Fummo colti di sorpresa. Non avendo a disposizione gli spartiti, tutte le canzoni dovevano essere imparate a memoria, e pur avendone provate alcune, queste erano ancora in fase di studio.
Biagio, per questo motivo, improvvisò un valzer con la fisarmonica suonando da solo.
“Sì, va bene, ma fatemi sentire qualcosa che fate in gruppo.”
Partimmo con Poster di Baglioni, ma il sergente steccò subito alla grande.
“Sergente Pucci, ma proprio lei...” disse il comandante scuotendo la testa.
Riprovammo ma non venne bene.
“Mamma mia! Siete un disastro. Se avete preso questi giorni come una vacanza, scordatevi la licenza, tutti quanti!” disse alterato, agitando freneticamente le mani.
Il sergente Pucci cercò di giustificarci: “Signor Comandante, dobbiamo provare, non abbiamo gli spartiti e non abbiamo mai suonato insieme fino alla scorsa settimana. Insomma abbiamo bisogno di un po’ di tempo.”
“Siete un disastro. E non scordatevi la canzone natalizia: quella la voglio in tutti i modi. Non ha importanza quale, ma deve essere fatta bene. Avete capito?”
“Sì, signor Comandante. Abbiamo capito” rispose il sergente.
“Bene. Sarà meglio per voi!”
E così dicendo se ne andò via sbattendo la porta.
Quella sfuriata fu una scossa salutare per il gruppo, e la voglia di fargli vedere che non eravamo poi quel disastro che aveva detto ci ispirò. Così venne fuori il repertorio.
Il primo brano ad essere terminato fu la sigla dello spettacolo.
Era composto da due canzoni, di due gruppi molto in voga a quei tempi, unite e mixate tra loro, con cambio di ritmo fra la prima e la seconda. Giocammo molto su questi cambi di ritmo all’interno dello stesso brano, facendo così anche per la canzone natalizia che stava tanto a cuore al comandante.
Nacque quasi per caso; infatti mentre stavamo pensando a quale fare, Biagio partì in sordina suonando la tastiera. Dopo poche battute partì Ernani, che simulò, incrociando le corde della chitarra, il suono delle campane. Poi gli altri uno ad uno, ed infine io con la batteria.
Lavorammo su quelle entrate, una successiva all’altra, fino a suonare tutti insieme, per tornare poi, in una specie di percorso a ritroso, alla sola tastiera.
Venne bellissimo, il brano più bello di tutti. E dietro a quello gli altri, da Vasco Rossi a Baglioni, da Renzo Arbore a Ron e così via.
Il repertorio era pronto. Non erano tante le canzoni che dovevamo fare in gruppo, e non erano sufficienti a riempire tutta la serata, ma Biagio, con la sua fisarmonica, sapeva tanti di quei brani, da fare una serata da solo. Io scrissi una storiella utilizzando i doppi sensi dei cognomi degli ufficiali della caserma, come ad esempio Gelato, Silvestro, La Triglia, Dell’Orso, incastonandoli in una trama che li vedeva coinvolti tutti. Poi avrei dovuto recitarla parlando con la voce di Beppe Grillo.

domenica 20 maggio 2012

Avvertire e sentire

A volte capitano avvenimenti strani. Magari cerchi di fare qualcosa e non riesci a combinare niente pur provandoci. Passa il tempo e smetti di provare, ma continui per la tua strada. E scopri, senza cercarle, nuove situazioni, provi nuove emozioni, conosci nuove persone e senti che cresce la fiducia intorno a te, ti senti coinvolto e vieni coinvolto, anche quando non te lo aspetti, perché non hai fatto niente o perché non hai nessuna esperienza in quello che ti viene richiesto. E ti domandi se sarai all'altezza.
Avverti la fiducia.
Senti la responsabilità.

domenica 13 maggio 2012

Quattro passi... con Ben - Sessantottesima puntata


Ero di guardia al Taliedo in una notte fredda di autunno.
Il caporale Ernani, come spesso accadeva in questi casi, aveva portato con sé un mangianastri per rendere più piacevole (o meno spiacevole) il turno.
Lui amava particolarmente la musica rock, di quella un po’ pesante, di gruppi che nemmeno conoscevo. Mise una cassetta ed incominciò a canticchiare. Io cominciai a battere le mani sul materasso del letto, come se stessi suonando la batteria, andando a ritmo. Lui continuò, poi ad un tratto spense il mangianastri ed esclamò: “Porco zio, ma sei un batterista?”
Io, sul momento, pensai di avergli dato fastidio.
“Oh, scusa; non pensavo di darti tanta noia.”
“Ma cosa dici! Sei forte! Andavi perfettamente a tempo. Ma tu suoni le percussioni?”
“No, mi è sempre piaciuta la batteria, ma non l’ho mai suonata, e nemmeno vista da vicino.”
“Accidenti! Dai che rimetto la cassetta e la rifacciamo.”
Dopo il piccolo concerto, Ernani mi disse:
“A Natale dobbiamo fare uno spettacolo in caserma. Siamo io, Amadoro, Parisi, Leonetti e il sergente Pucci. Leone suona la testiera e la fisarmonica, Amadoro il basso, Parisi la chitarra ed io la batteria. Però a me piacerebbe suonare la chitarra elettrica; il sergente è il cantante. Se tu provassi a suonare la batteria io suonerei la seconda chitarra. Lo sai che forte che sarebbe?! Che ne pensi?”
Io feci il primo calcolo che mi passò per la testa: “Se suono per Natale, poi vado in licenza per l’ultimo dell’anno!” pensai. E subito dopo dissi:
“Ok, per me va bene, ma tieni conto che non ho mai suonato.”
“Non ti preoccupare, tanto dovremo fare un po’ di prove prima di Natale. Domani andiamo dal sergente e glielo diciamo.”
Così cominciai ad immaginarmi al “comando” di una batteria, e solamente all’idea mi gasavo di brutto, perché questo poteva conciliare due desideri in un colpo solo: farmi suonare uno strumento che avevo sempre amato, ma troppo ingombrante e rumoroso per poterlo mettere in casa ed imparare, e l’altro passare l’ultimo dell’anno, cioè il giorno più atteso di tutti, insieme a Cinzia, magari a qualche festa o in qualche posto particolare.
Il giorno successivo andammo dal sergente Pucci per proporre questa cosa. Ernani gli spiegò la situazione, ma il sergente era un po’ scettico, così volle farmi una specie di colloquio, che più che altro fu un interrogatorio, botta e risposta.
“Così tu vorresti suonare la batteria?” iniziò.
“Sì” risposi.
“Però non l’hai mai suonata fino ad ora.”
“È vero, non l’ho mai suonata.”
“Hai studiato musica?”
“Alle medie.”
“Sai suonare uno strumento?”
“Sì, il flauto.”
“Lo hai suonato in una banda?”
“No, lo suonavo alle medie.”
“Mi prendi per il culo?”
“No, non mi sognerei mai di farlo. Tu mi hai fatto delle domande alle quali io ho risposto, dicendo le cose come stanno. Ti chiedo solo di farmi provare, se poi non va, voi non perdete niente e Ernani suonerà la batteria come avevate deciso di fare in partenza.”
Intervenne quest’ultimo, dicendo: “Dai Angelo, nessuno qui è professore di musica, tutti facciamo del nostro meglio; fallo provare!”
“Mah!” disse il Pucci. “Non sa la musica, non ha mai suonato la batteria, dice che conosce solo il flauto, ma che figura ci faccio io con il comandante?”
“Non gli dici niente. Facciamo due prove, e alla fine lo informi.”
“Ok, facciamo così.”

sabato 12 maggio 2012

Abbi cura di te




Io
strade bianche
corro in libertà
ma una persona è qui
sempre qui
la madre mia
e la voce con cui
disse a me
"Abbi cura di te".

domenica 6 maggio 2012

Basta poco

Giornata piovosa, una pioggia continua che non ha dato tregua. E la mia giornata?
Mattinata con Messa per la vestizione dei nuovi confratelli della Misericordia, poi giro del paese a sirene spiegate per inaugurare un nuovo mezzo adibito ai servizi sociali, dopo la benedizione di rito. Al rientro pranzo in sede. Il tempo di andare a casa e rivestirsi in... borghese e via, al campino della parrocchia a vedere giocare a calcio i ragazzi, sotto una pioggia battente, partita valida per un torneo parrocchiale. Niente di più povero, niente di più semplice.
E adesso? E adesso in tuta e ciabatte, al tavolo a scrivere sul blog, con mia moglie che ricama sul divano sul quale siede anche mia suocera che guarda la tv. Da poco è rientrata anche mia figlia, anche lei "in tribuna" al campino, che si è tolta gli abiti bagnati e che si sta sedendo davanti a me con le cuffiette del lettore mp3 nelle orecchie.

A molti una giornata così sembrerebbe noiosa da morire.
A me basta poco.


martedì 1 maggio 2012

Quattro passi... con Ben - Sessantasettesima puntata

Il Ciaffa si prestava spesso per aiutarmi nel mio compito di autista, offrendosi per aprire i cancelli durante il percorso che facevamo con il camion dal comando al fortino, ma come era mia abitudine io non mi facevo aiutare e facevo tutto da solo, anche se comportava un maggior impiego di tempo.
Questo fatto contribuiva a farmi rispettare senza dover ricorrere alla forza dell’anzianità, e faceva sì che i nuovi mi considerassero una specie di fratello maggiore.
Così Ciaffa spesso saliva in cabina con me.
Avendo saputo che si era messo con la figlia del capitano, un giorno scattò la “trappola”.
“Ciaffa, oggi sali davanti con me?”
“Va bene, ma i cancelli chi li apre?”
“Come al solito.”
“Ok!”
Così una volta saliti e partiti, iniziai a fischiettare.
“Che cosa hai da fischiare? Sei contento?” domandò lui.
“Se sono contento? Eccome! Ho conosciuto una ragazza a Ghedi l’altra sera. Stai a sentire: sono uscito con la Horizon, Biagio mi aveva detto che c’è una piazzetta con un bar-pizzeria, che è un po’ il ritrovo dei ragazzi e delle ragazze del posto. Visto che ero da solo, mi sono detto di andare a vedere la situazione. Oh, ma mi stai a sentire?”
“Certo, anch’io conosco quel bar” rispose lui.
“Bene. Allora sono arrivato e c’era una ragazzetta a sedere, tutta sola. Ho parcheggiato la macchina lì davanti e sono andato al tavolo vicino al suo. Dopo un po’ le ho chiesto, con la solita scusa di averla già vista, se potevo unirmi al suo tavolo offrendole da bere. Lei mi ha detto di sì e ho cominciato a baccagliarla.”
“Grande Bena. Che cavallo!” disse Ciaffa incuriosito dal racconto.
“Aspetta il bello deve venire. Ora apro il cancello e poi ti finisco di raccontare.”
Scesi, feci quello che dovevo fare e risalii per spostare il camion oltre il cancello.
Risalendo gli dissi: “Ma lo sai chi era quella? Era la figlia del capitano. Aspetta che richiudo il cancello.” E così scesi nuovamente, chiusi il cancello dietro il camion e poi rimontai su.
Avevo insinuato un tarlo dentro di lui.
Appena sul camion, con indifferenza buttai un’occhiata sulla sua faccia: era un po’ più pallido e sorrideva meno di prima. Allora affondai la lama:
“Insomma, per fartela breve, dopo averla baccagliata per benino, siamo andati in macchina in un campo a Calvisano, tu mi capisci…, e ci siamo rimasti fino a quando sono dovuto ripartire per rientrare in caserma.”
Ormai era una mummia, una faccia impietrita senza espressione.
“Oh, questa ci stava! Lo sai, però, che mi ha detto? E questo mi ha lasciato un po’ perplesso. M’ha detto che io potevo andare con lei quando volevo, ma che il suo cuore era per un altro. Ma non ti sembra che una così, che fa questi discorsi, sia una sgualdrina? Ciaffa, ma mi ascolti? Lo sai che le ho detto? Che se voleva stare con me doveva lasciare quell’altro, il cornuto. Lei mi ha risposto che ci avrebbe pensato, ma solo dopo avermi rivisto. Così domani si ritorna a Calvisano. E vai! Allora che ne pensi? Secondo te,  si mette con me, o resta con quel cornuto, anche se viene a letto con me?”
Ormai eravamo arrivai al fortino e tutti erano scesi dal camion.
Anch’io, ma non vedendo scendere il Ciaffa, andai dal lato passeggero e aprii la sua porta.
“Beh? Non scendi?” gli domandai.
“Anch’io sto con una figlia del capitano” disse tristemente.
“Ma dai!” esclamai. “Allora si diventa cognati!”
Poi facendo finta di riflettere dissi: “Per la verità non mi ha detto di avere una sorella!”
“Nemmeno la mia” disse ancor più tristemente.
“Porca miseria, Ciaffa, questa qui allora c’ha preso per i fondelli tutti e due” dissi facendo finta di adirarmi.
“Che zoccola!” continuò. “Ecco perché mi diceva che non voleva fare l’amore con me! Perché l’aveva già fatto con te!”
“Chi l’avrebbe creduto. Allora sei tu il cornuto! Che schifosa!”
Dopo averla apostrofata varie volte per uno e vedendo che ancora era seduto sul camion, gli dissi:
“Ciaffa…, io la figlia del capitano non la conosco, non so nemmeno come è fatta! Tu c’hai creduto, eh? Burba che non sei altro. Era uno scherzo! Dai, scendi dal camion, che non è vero niente!!”
“Davvero? Era uno scherzo?”
“Certo, io sto con la Cinzia, e non ci penso nemmeno lontanamente ad andare con un’altra, stai tranquillo!”
Un bel vaffa… da parte sua ci sarebbe stato più che bene e invece, come per una forma di rispetto nei miei confronti:
“Era uno scherzo? Meno male, tu mi hai fatto prendere un colpo. Grazie, grazie.”
Povero Ciaffa, mi stava ringraziando perché era contento che la storia che gli avevo raccontato non era vera!
Questi sono i veri scherzi del cuore!

sabato 28 aprile 2012

O viandante...

... che cosa ti spinge ancora ad accendere il computer per scrivere qualcosa sul tuo blog?
E' sempre più faticoso continuare, ma tu non vuoi lasciare, è più forte di te! 
Non riesci proprio ad abbandonare quell'intimo luogo, quel ritrovo, quella piazza dove ritrovarsi per scambiare due parole.
Forse perché anche questo ha contribuito ad un cambiamento e, che tu lo voglia o no, fa parte di te. 
Forse solo per una parola data, scritta in quelle prime righe virtuali, quando l'entusiasmo per un'avventura che stava iniziando era alle stelle. 
O viandante, finché non ti darai la risposta continua a scrivere.

Scrivere: sembra una parola di un tempo lontano.

sabato 21 aprile 2012

Quattro passi... con Ben - Sessantaseiesima puntata


Pepe lavorava in cucina, non riusciva ad ambientarsi, così telefonava spesso a sua madre, e altrettanto spesso piangeva. Era piccoletto e tutti gli incutevano timore, ma nessuno voleva fargli del male o infastidirlo. Gli cucimmo addosso uno scherzetto.
Prestando la sua opera al fortino, non saliva mai dalle parti del comando, e quindi leggeva le notizie solamente dai messaggi appesi in bacheca, nei corridoi delle camerate. Lì venivano appese tutte le comunicazioni.
Così per alcuni giorni, incontrandolo…
“Porca miseria, chissà dove ci manderanno!” cominciai.
“E soprattutto chi ci manderanno!”
“Mah, si dice  quelli che fanno meno turni di guardia, ad esempio gli autisti e i cucinieri.”
“Anche gli autisti? Allora tocca anche a me?” intervenni.
Pepe abboccò e domandò:
“Di che cosa parlate! Dove ci mandano?”
“Eh caro Pepe, mi sa che io e te ce la dobbiamo fare, non si scansa!” gli risposi scuotendo la testa in segno di rassegnazione.
“Ma cosa? Parlate!”
“Vedi, al comando si vocifera a proposito di una esercitazione, molto tosta. Ma non si sa ancora niente. Federico sta con le orecchie tese, ma per ora non trapela niente. Comunque fra pochi giorni sapremo di che cosa si tratta. E allora saranno dolori per alcuni di noi!”
Lo tenemmo sulla corda per un paio di giorni, poi arrivò l’ordine ufficiale appeso in bacheca, con tanto di carta intestata e timbri originali.
Fu letto dai soldati e subito iniziarono le urla di rabbia da parte di alcuni, quelli cioè che erano stati scelti per quella particolare cosa.
“Lo sapevo! Fra tutti quelli che ci sono, solo i toscani e i romani sono stati scelti! Bastardi, branco di raccomandati!!”
L’ordine impartito era perentorio: campo a Vipiteno, al confine con l’Austria per il tempo di un mese e tutti i permessi e le licenze per i prescelti sarebbero stati sospesi fino a nuovo ordine. Fra i nominati c’ero io, oltre a Federico, lo Squalo, il Killer, Capotosti (di Roma) e naturalmente Pepe.
“Pepe, è arrivato l’ordine che aspettavamo, porco boia; vai, vai a leggere anche tu!” gli dissi incrociandolo nel corridoio.
“Cosa dice?” rispose con tono ansioso.
“Dice che ce l’hanno messo nel di dietro! Addio licenza!”
L’arrabbiatura sembrava vera in tutti noi complici di questo scherzo.
Lasciammo Pepe solo davanti alla bacheca, guardandolo da lontano per vedere la sua reazione.
“Nooooooooo!”
Aveva letto.
“E mo’, che faccio, chi glielo dice a mi’ madre?” e mettendosi le mani fra i capelli iniziò a piangere e a disperarsi.
Gli andammo incontro per consolarlo.
“Dai Pepe, non te la prendere, e poi ci siamo anche noi. È andata così, vedrai, un mese passa in fretta. Anche se…” lasciai la frase in sospeso.
“Anche se?” chiese impaziente.
Ed io conclusi dicendo: “Federico ha sentito dire, al comando, che il periodo potrebbe raddoppiare, speriamo almeno che ci rimpiazzino con qualcun altro.”
Se possibile, sbiancò ancora di più.
“Due mesi? Lassù fra i monti? Ma io esco pazzo! No, no, io non ce la faccio. E mo’ devo dirlo a mamma! Dio, Dio!”
Andò a prendere i gettoni e si precipitò al telefono.
“Mamma, so’ io! ‘Sti bastardi mi mandano a Vipiteno per un mese, per un campo...(iniziò a piangere)... Come faccio a stare calmo? Forse i mesi sono due, io m’ammazzo, nun gliela faccio, a mà! Sì, ci sono anche altri, ma sono abituati a fare le guardie quasi tutte le notti, io invece sto in cucina, sto. Poi mi mettono in punizione e non torno più a casa!! Ciao mamma … sì, sto calmo… ti faccio sapere, va bene. Ciao.”
Terminò la telefonata, ma i singhiozzi si fecero più frequenti e così decidemmo che era giunto il momento di dire basta.
“Killer, vai a togliere il foglio dalla bacheca e portamelo, per favore” dissi.
Me lo portò e con quello andai da Pepe e davanti ai suoi occhi lo strappai.
“Pepe, era uno scherzo!”
In pochi secondi realizzò e riprese colore, e con gioia, riprese i gettoni e di nuovo telefonò.
“Mamma, non è vero niente, mi hanno fatto uno scherzo, m’hanno fatto, ‘sti bastardi!”
Appena riagganciò lo abbracciai per rincuorarlo e gli dissi:
“O Pepe, ma come sei bischero! Tu sei sempre a piangere, per qualsiasi cosa. Tu sei grande ormai!”
“È più forte di me, però avete esagerato.”
“Sì, però tu ci sei cascato proprio bene!”
E così, tenendo un braccio l’uno sulla spalla dell’altro, ci incamminammo verso le camerate.


sabato 14 aprile 2012

Quello che avresti voluto chiedere a Ben...

... e non hai mai osato chiedere!
Spazio per le (tue) domande
in cerca delle (mie) risposte



Mi raccomando, tutto che si possa leggere in... chiaro!

domenica 8 aprile 2012

Vogliamo dare voce a quel sospiro?


Vogliamo dare voce a quel sospiro?
Negli ultimi anni, dopo una galoppata fatta di scrittura, mi sono preso un periodo per cominciare a fare qualcosa di nuovo, investendo su un certo tipo di formazione.
Così ho frequentato una scuola di formazione teologica, della durata di tre anni, terminata da poco con qualche settimana di anticipo rispetto alla naturale chiusura, che si è rivelata molto interessante e anche molto utile per portare avanti gli incontri con i bambini per la Preparazione alla Prima Comunione e alla Cresima.
Sempre a seguito di quella che io chiamo la scoperta della dimensione dell’altro, ho fatto altri corsi, quali quelli per soccorrere le persone nel quotidiano e in casi di calamità.
Oggi, mi sento una persona diversa da quella di tre anni fa, che già mi sembrava diversa da quella di nove anni fa, quando iniziai a scrivere.
Durante questo percorso ho conosciuto persone nuove con le quali ho avuto ed ho il piacere di condividere certe scelte, soprattutto per motivazioni comuni che mi hanno permesso di stabilire con loro un grande feeling, da subito, a prescindere dal sesso e dall’età.
E’ stato un periodo duro, perché mi ha richiesto tanto tempo, che ho sottratto da quel poco libero che avevo, e tanta energia. Ma la mia famiglia mi ha sostenuto e l'ha condiviso con me, spronandomi, quando ci voleva, a portare avanti il cammino intrapreso.
L’aver ritrovato qualche sera di libertà mi dà l’impressione di avere tanto tempo a disposizione, magari per riposare un po’.
Invece, come era già avvenuto in passato, quando tutto sembra finito è allora che stai per cominciare. Infatti altri progetti sono all’orizzonte.
Ma se non avessi intrapreso quel percorso?
E dove mi porterà ancora?