domenica 5 aprile 2026

Pasqua 2026 - L'odore della pioggia sull'asfalto

Avete presente quel momento, verso le sei del pomeriggio, quando la città sembra sul punto di esplodere? I clacson, le notifiche del telefono che vibrano nelle tasche, l’odore di smog che si appiccica ai vestiti...

Ecco, io ero lì. Ero nel mezzo del traffico, alla fermata del 27, circondato da facce blu chinate sugli schermi, ognuno blindato nel proprio isolamento.

E poi è successo.

Non c’è stato un tuono, nessuna luce accecante da film americano.

Semplicemente, lui era lì. In mezzo alla folla, vicino all'edicola.

Non aveva la tunica bianca delle statuette di gesso, vestiva un cappotto scuro, un po’ liso ai bordi, e le scarpe di chi ha camminato tanto. Ma aveva un modo di stare in piedi... come se il caos intorno non lo toccasse, o meglio, come se lui fosse l'unico punto fermo in quella giostra impazzita.

Si è guardato intorno. Ha incrociato lo sguardo di una donna che urlava al telefono, di un ragazzino che correva per prendere il bus, e poi il mio. E in quel rumore d’inferno, ha aperto le mani. Semplice. Come chi mostra di non avere armi, o come chi si prepara a un abbraccio che non riceve da una vita.

E ha detto solo tre parole: Pace a voi.

Quella frase, detta lì, tra il fumo dei tubi di scappamento e il cinismo dei pendolari, è risuonata come un’eco all’interno di una cattedrale vuota. Non è stata una “pace” da vacanza alle Maldive o da tisana rilassante.

È stata... una tregua.

In quel preciso istante, il tempo si è fermato. Il tipo del SUV che imprecava è rimasto a bocca aperta; la ragazza col trucco colato dal pianto si è asciugata gli occhi senza rendersene conto. Per un secondo, uno solo, abbiamo smesso di sentirci minacciati gli uni dagli altri. Abbiamo smesso di correre verso un traguardo che non esiste.

Lui ci guardava e non c’era giudizio. Solo una specie di... accoglienza definitiva.

Come se dicesse: “Lo so che siete stanchi. Lo so che avete paura. Ma non siete soli in questa trincea”.

Poi il bus è arrivato, la porta si è aperta con il tipico soffio pneumatico e la folla ha ripreso a spingere. Mi sono girato per cercarlo di nuovo, ma era sparito. O forse si era solo mescolato così bene tra noi che non riuscivo più a distinguerlo.

Sono tornato a casa.

Non ho acceso la TV, non ho guardato i social. Mi è rimasta addosso quella strana sensazione... come quando fuori piove a dirotto ma tu sei al sicuro, con le spalle al caldo.

Ci dicono sempre che la pace è un trattato firmato con la penna buona o l’assenza di guerra.

Ma dopo stasera, io credo che la pace sia un’altra cosa. È sapere che, anche in questo mondo frantumato, c’è qualcuno che entra nella tua stanza chiusa a chiave — che sia un ufficio, una camera o un cuore blindato — e ti dice che non devi combattere per forza.

Pace a voi”.

Mi risuona ancora dentro. E sapete qual è la cosa strana?

È che per la prima volta dopo anni, credo che stanotte riuscirò a dormire davvero.


                                                                Buona Pasqua a tutti voi.

 

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