domenica 15 ottobre 2023

Words in progress

Romanzo in corso


Spesso diciamo di conoscerci per il solo fatto di aver condotto vite convergenti per un periodo della nostra esistenza.

Amici e persone legate da sentimenti profondi, possono dire di conoscersi veramente?

E noi? Se ci guardassimo in uno specchio che riflette la nostra vera anima, cosa vedremmo? Un volto o una maschera?

Una storia dove il tempo gioca un ruolo importante: può capovolgere le nostre convinzioni, ma può riservare anche delle sorprese.

martedì 30 maggio 2023

Greco? A che cosa ti serve?

Questa è stata la domanda che mi ha rivolto mia suocera quando ho informato la famiglia che avrei partecipato ad un corso di approccio al Greco.

In realtà la domanda è stata leggermente diversa, questione di sfumature, perché mia suocera dall’alto dei suoi novantacinque anni, me l’ha rivolta in quel dialetto amatriciano che ancora alberga dentro di lei: «A Robbe’, ma a che te serve?».

Forse lei, con quella domanda, intendeva tutelarmi, pensando che andavo ad aggiungere qualcos'altro alle tante cose che già devono essere condotte al termine della giornata.

I più avrebbero risposto: «A niente», guardando all’aspetto pratico.

Io invece risposi: «Per mio arricchimento».

Non si può misurare tutto sulla base di un tornaconto: faccio questo perché mi serve a quest’altro.

I doveri nella vita sono già molti, per cui lasciamo un po’ di spazio anche ad altro, ad una curiosità che invita a conoscere qualcosa di nuovo, ad una passione che stimola ad alimentare un sogno, ad una coppia di neuroni che desidera continuare a danzare in una balera che sembra sempre più stretta, a tutto quello che aiuta a rendere la quotidianità più bella, più leggera, più godibile, più vivibile.

La felicità, forse, è una meta irraggiungibile, ma perché non tentare di avvicinarla?

In questo contesto tutte le cose, anche le più piccole e apparentemente insignificanti, assumono un senso ed il loro valore diventa inestimabile.

Anche un corso di Greco, perché la curiosità che mi ha spinto a farlo mi ha fatto capire che ho ancora lo spirito di mettermi in gioco e provare qualcosa di nuovo, di esplorare qualcosa di sconosciuto fino a quel momento, lo spirito di andare avanti, ma senza perdere di vista la realtà, rimanendo con i piedi per terra, considerando ciò che è fattibile senza sacrificare oltre il lecito la famiglia, la più grande grazia che abbia ricevuto, che da sempre mi sopporta, mi supporta e mi sostiene.

Oggi, a corso terminato, alla domanda «A Robbe’, ma a che te serve?», rispondo così:

«A vivere». 

domenica 7 maggio 2023

Mamma, oggi sei diventata maggiorenne

 

Dedicato a te, mamma


Lo volli in fretta terminare.

Poco tempo ti restava,

tu non potevi più aspettare,

ma a te, prima fra tutti,

lo volevo raccontare.

 

Ti mettesti giù,

distesa sul tuo fianco

come quando ti volevi addormentare,

e ad occhi chiusi

ti accingesti ad ascoltare.

 

Per un’ora, forse più,

io rimasi lì a parlare:

sembravi una bambina

cui si racconta una novella

per render la notte un po’ più bella.

 

Per una volta io ero tuo padre,

e tu mia figlia.

 

Quando infine terminai,

sorridesti,

e io a te mi avvicinai.

Ignorando il tuo dolore

 mi facesti un complimento

che ora porto nel mio cuore,

stella dentro il firmamento.

 

Adesso te ne sei andata,

dal tuo male liberata,

da quella infima prigione

ultima tua tribolazione.

 

E con il ricordo

di quell’ultimo sorriso

io ora prego:

 vola mamma, vai!

Ti accolga il Paradiso.

 

Quel 7 maggio la tua mano si spense nella mia.

Sono passati diciotto anni da quel giorno. E se anche nel mondo in cui sei la maggiore età si raggiunge al compimento del diciottesimo anno, allora oggi sei diventata maggiorenne. Forse stai già prendendo la patente o forse sei prossima al diploma, traguardi che nel nostro mondo la vita ti ha negato.

Chissà quale festa starai preparando, e chissà quanti amici avrai. Forse qualcuno che ho conosciuto anch’io è lì con te. Provo a immaginare un dialogo.

Tu che dici: «Mio figlio, nell’altro mondo, si chiama Roberto.»

E l’altro, o l’altra, che ti risponde: «Ma quel Roberto lì? È tuo figlio? Ma sai che lo conosco.»

È bello pensarti a discorrere piacevolmente insieme ad altre persone a cui ho voluto bene, e tu che apprendi che tipo di persona sono diventato, che tua nipote è una donna, che il babbo cammina con il bastone, che i miei capelli sono pochi e bianchi.

Ma tu sai già tutto perché i tuoi occhi… sentono.

Oggi porto gli occhiali, mamma, per vederci meglio, ma con te non mi servono: tu sei sempre bella.

venerdì 7 aprile 2023

Prendiamo spunto dalla Pasqua

Questa strana primavera sembra prendersi gioco di noi: si annuncia, facendo annusare i suoi profumi, e subito si ritrae, facendo alcuni passi indietro verso l’inverno.

In questa stagione che si fa desiderare si avverte forte la voglia di festa.

Il mondo, negli ultimi anni, ci ha fatto capire che tutto può cambiare nel volgere di poco tempo, generando paure e incertezze che spingono a stringere i tempi, a fare quello che, in altri periodi, probabilmente avremmo fatto ugualmente ma con più calma.

Mai come adesso si avverte il senso dell’urgenza, che induce a consumare immediatamente quel bene, poco o tanto che sia, che la vita ci offre, a cercare il benessere nel presente, come se un futuro non ci appartenesse.

Ma è una vera urgenza?

A differenza delle apparenze che invadono i social, dove tutto sembra un pot-pourri di foto che ritraggono una patinata felicità, la realtà spesso è diversa.

Non esistono persone prive di problemi o pensieri, piccoli o grandi, di quelli che svegliano di notte e lasciano lì, ad occhi aperti, a fissare il soffitto.

In questo clima, strano sotto i vari aspetti, la Pasqua si avvicina.

È un giorno di festa importante, quello che dà il senso alla fede cristiana. In ogni caso è un giorno segnato di rosso sul calendario.

Ma non per tutti è Pasqua e non per tutti è festa: per chi non crede, per chi litiga sempre con la vita per motivi che rendono impossibile o difficile la quotidianità, per chi non trova pace con se stesso.

E allora che senso dare a questo giorno affinché non sia come gli altri e ci sia motivo di festeggiare, perché non sia soltanto un momento in cui si mangiano colombe e uova di cioccolato?

Proviamo a renderlo speciale, proviamo a renderlo quel che significa, cioè un passaggio, che sia lo spunto per andare oltre a quello che vediamo e a quello che sentiamo, oltre a quello che ci rattrista o che ci procura dolore, oltre alla sofferenza, oltre a tutto ciò che alberga dentro di noi e non ci rende sereni.

Proviamo a pensare che possa rappresentare proprio una rinascita, una nuova vita, che sia come le uova che dentro hanno qualcosa di bello che possa sorprenderci, che sia come quelle colombe che portano pace e amore.

Amore, la parola chiave di tutto.

Proviamo a credere che i nostri sogni possano realizzarsi, proviamo a credere che tutto ciò che ci offende nel corpo e nell’anima possa tramutarsi in qualcosa che ci sostenga nel corpo e ci accarezzi l’anima.

Non è facile, come non è facile credere nella risurrezione.

Eppure qualcuno ce l’ha fatta, insegnandoci che nonostante le sofferenze qualcosa di meglio è possibile.

Allora proviamoci, proviamo a credere nella speranza, e che sia una vera Pasqua!

domenica 19 febbraio 2023

La nostalgia

In questo periodo sto portando avanti due letture: una a sfondo teologico, l'altra è un romanzo a fumetti.

Quest'ultimo è, per me, una gradita sorpresa, non mi aspettavo tanta profondità.

Leggendo mi sono imbattuto in questa frase:



La nostalgia è dare valore all'istante in cui questo qui e ora è stato seminato nella nostra vita.


Da "Non stancarti di andare" 

Teresa Radice - Stefano Turconi 

Bao Publishing


venerdì 27 gennaio 2023

Io non voglio dimenticare

- Babbo, hai letto quell'articolo sul giornale riguardante i mezzi pubblici?

- Quale?

- Quello in cui si dice che vogliono riservare i posti alle persone in base...

- Ah, quello! Mettiti seduta che ti racconto io una storia. Quando avevo la tua età, forse un po' meno, entravo spesso in camera di mia nonna. Non so perché, ma quella camera mi affascinava. Forse per quei suoi mobili antichi, per quei letti alti con grandi pomi di metallo nero e per quel lettino sul quale dovevo saltare per poter andarci a dormire quando rimanevo dai nonni. Mio nonno dormiva ancora con la papalina, mia nonna con enormi sottane. Io, con il mio pigiamino con gli orsacchiotti sembravo un quadretto naif. Il comò in particolare attirava la mia attenzione: alto con quattro cassetti, forse cinque, e uno specchio di quelli che, se ti volevi riflettere, dovevi muovere la faccia per rincorrere la tua immagine. Incastrata nella cornice c'era una cartolina che rappresentava una nave, enorme, che solcava il mare azzurro. Non sapevo ancora leggere e dovevo limitarmi a guardare la foto raffigurata, perché ciò che era scritto sul retro non potevo capirlo. Allora domandai alla nonna:

- Nonna, perché hai quella cartolina, chi te l'ha spedita?

- Quella l'ha spedita lo zio Nello quando è andato in Argentina.

- In Argentina? - domandai stupito. Ecco perché non avevo mai conosciuto quello zio che avevo visto solo in qualche foto che lo ritraevano giovane.

- Sì, e quella è la nave con cui è andato dall'altra parte del mondo.

Nel frattempo aveva tirato fuori alcune foto che ritraevano lo zio Nello con i capelli bianchi, pochi, pettinati all'indietro.

- Con quella nave? E quando torna?

- Per tornare dall'Argentina ci vogliono molti soldi. Probabilmente non...

Si portò la mano alla bocca, poi agli occhi, infine si schiarì la voce per continuare.

- Probabilmente non tornerà più.

Lo sapevo. Le passai il mio fazzolettino tutto stropicciato, che tirai fuori dalla piccola tasca dei miei pantaloni corti. Lei lo prese, mi sorrise e si asciugò gli occhi. In silenzio le passai la mia mano sulla spalla per farle una carezza, un gesto di incoraggiamento. Poi proseguì:

- Presto una sua amica verrà a trovarci. Ho ricevuto una lettera. Dovrebbe arrivare prima della fine dell'anno.

Arrivò a primavera dell'anno successivo. Scese da un taxi bianco e mia nonna la accolse con grande affetto in casa sua. Si misero a parlare davanti al caminetto spento, mia nonna mi invitò ad andare fuori a giocare con mio cugino, ma io rimasi nascosto dietro la porta, perché volevo sapere qualcosa dello zio Nello.

Le sentivo parlare, ma non capivo tutte le parole. Ad un certo punto, però, sentii mia nonna piangere e l'amica dello zio Nello dire:

- Ecco, questo è il cimitero dove è stato sepolto, vicino a Buenos Aires.

venerdì 23 dicembre 2022

E sarà Natale

Le giornate sono molto brevi.

La mattina e la sera hanno lo stesso colore e lo stesso calore.

Quando rientro a casa, dopo il lavoro, è buio e non posso fare a meno di guardare le piccole luci che si affacciano ai tanti balconi delle case. Le più temerarie osano affrontare il vento, sfidandolo in una danza che sembra non finire mai.

Le luci dei negozi sono invitanti, mentre quelle di alcune strade paiono… timide.

L’aria, se l’annusi, sa di festa.

Sono a casa e mi sorprendo a guardare l'albero di Natale con le sue lampadine colorate, preferendo il momento in cui la luce passa lentamente da una all'altra, quasi a formare un'onda, prima di riprendere con un ritmo da balera.

Arriva la notte e, proprio nel momento in cui le luci possono dare il meglio di sé, alcune si spengono, mentre altre resisteranno fino all'alba, quando il giorno dominerà su tutte loro.

Poi tutto riprenderà, per un po' di tempo, fino a svanire nella nebbia dell'oblio per un intero anno, prima di ricominciare tutto daccapo, in un balletto di luci che si rinnoverà ancora e ancora.

Ma una luce, una soltanto, riuscirà a penetrare dentro di noi e a illuminarci il cuore. 

E sarà Natale.  




martedì 1 novembre 2022

Quasi

 

Non ricordo bene come decisi di andare a quel convegno.

La materia era di per sé inutile per il mio lavoro e per i miei interessi, ma quel titolo, così accattivante, fu per me un richiamo irresistibile. Andai sul sito, feci l’iscrizione e, sempre online, comprai il biglietto del treno per andarci.

Arrivato sul posto, all’interno di una fortezza medievale nel centro storico della città, cercai e, per fortuna, trovai l’Aula Magna. Andai a sedermi in seconda fila. C’erano alcune persone arrivate prima di me. Mi guardai attorno per cercare di capire se ero nel posto giusto, perché mi sembrava che ci fosse poca gente. L’aula era buia, più che buia era in penombra, insomma non c’era tanta luce. Forse era presto e ancora dovevano accendere tutte le lampade.

A poco a poco le poltrone cominciarono a riempirsi e nel giro di una decina di minuti il convegno ebbe inizio.

«Buongiorno e benvenuti al convegno “Lo sport, metafora della vita”. Oggi parleremo…»

E lì ebbe inizio il bla bla bla della giornata. Tutti discorsi filosofici che presto mi fecero assopire, gli occhi mi si appesantirono ma non si chiusero, pertanto ero sveglio, ma non abbastanza da rimanere concentrato sull’argomento. Così mi distrassi e cominciai a pensare ai fatti miei, rimproverandomi per aver speso tutti quei soldi per una noia così grande.

Stavo sul punto di addormentarmi, questa volta per davvero, quando improvvisamente fui svegliato da una voce che mi sembrò particolarmente vicina alle mie orecchie. Infatti aprendo gli occhi e sollevandoli verso l’alto, vidi sopra di me il volto del relatore che evidentemente faceva i suoi bei discorsi camminando su e giù per la sala, col il suo minuscolo microfono attaccato al bavero della giacca.

«Pertanto, alla luce di quanto fin qui esposto, che cosa potremmo rispondere se ci venisse fatta la domanda: “Chi sei tu?”»

E rimase lì, pietrificato, con un ghigno diabolico a guardarmi coi suoi occhi sbarrati e nervati di sangue, come se avesse deciso di non muoversi prima di aver ottenuto da me una risposta.

Mi tirai su dalla poltrona nella quale ero sprofondato nel goffo tentativo di darmi un contegno e mettermi composto.

Quella domanda rivolta a bruciapelo mi aveva colto di sorpresa, negandomi la prontezza di rispondere subito. Dovetti pensarci un po’. Un attimo, un frangente durante il quale la mia mente ripercorse la mia vita. Come direbbero quelli che hanno visto la morte in faccia, la vita mi è passata davanti agli occhi. Beh, non tutta, gran parte.

Non c’è stato molto da ripercorrere, in realtà, perché la mia vita è sempre stata un po’ così… così… insomma, se fosse un film sarebbe un cortometraggio, se fosse un menù avrebbe una portata, forse due, se fosse… meglio chiuderla qui, altrimenti rischio di deprimervi.

Istintivamente sono andato con la memoria ai tempi in cui ero bambino. Per capire chi sono, dovevo partire un po’ da lontano, dalla preistoria e vedere chi ero.

Così ho visto un bambino, né alto né basso, né biondo né moro, né grasso né magro, goffo per alcune cose, abile per altre.

Un bambino con la voglia di giocare, ma senza sapere con chi farlo, che si tuffava nello studio per cercare di capire di più il mondo. A vedere come stanno andando le cose, verrebbe da dire che la partita era persa in partenza.

A proposito di partite, in questo caso di calcio, rimarrà indimenticabile quella che avrei dovuto giocare e che non ho mai giocato.

lunedì 2 maggio 2022

IL COLORE DI MEZZO

IL COLORE DI MEZZO

Quando ti vidi stavi correndo in tutta fretta verso la fermata dell’autobus. Eri in ritardo di una manciata di secondi, ma non volevi perderlo. Mi colpirono i tuoi capelli oscillanti, castani con dei riflessi biondi disegnati dal sole. Io ero fermo al semaforo della strada che si incrociava con quella sulla quale stavi correndo. Aspettavo il verde per poter attraversare un piccolo torrente. Sembrava non arrivare mai ed in me cresceva il desiderio di vedere il tuo volto. Sai com’è in questi casi? Più desideri che il semaforo diventi verde, più quello si ostina a restare rosso. Sembra che lo faccia intenzionalmente. Non aspetti altro che ripartire e quello, invece, ti tiene il piede inchiodato sul freno. Quel maledetto rosso!

Alla radio cominciarono gli annunci pubblicitari. Abbassai leggermente il volume.

lunedì 25 aprile 2022

Diario dal Covid - Giorno 4

Me ne sto nella mia stanza. Non mi manca niente: tv, computer, telefonino, un divano che mi fa da letto, un carrellino porta stampante costruito una ventina di anni fa che è diventato un comodino, Bibbia, libri che per ora non ho voglia di leggere, e due finestre, di cui una sul tetto che permetterebbe, qualora ci fossero, di addormentarsi guardando le stelle. Ma per ora, spesso, ho sentito il rumore della pioggia sul quel vetro. 

Ci siamo dovuti organizzare in famiglia, per dividere gli spazi, cercando di sanificare tutto dopo ogni spostamento. È una rottura, ma c'è di peggio.

Nei primi giorni non ho avuto voglia di pensare. Forse avevo bisogno di riposare. Così ho guardato la tv, qualche video sul telefonino, una noia che non sto a dire.

Stanotte ho dormito male, così questa mattina, mi sono rimesso nel letto ed il mio cervello, nel momento in cui tentavo di dormire, si è riacceso. Non si può spegnere il cervello come si usa un interruttore della luce.

Il silenzio si è fatto sentire. Oddio, per me silenzio è una parola grossa. Da anni, ormai, per me il silenzio equivale ad un leggero ma ininterrotto fischio che accompagna ogni attimo della mia giornata. H 24, direbbero quelli che hanno fretta di rendere il concetto.

Così sono tornato qui, caro Rifugio, per scrivere quei pensieri che hanno avuto origine durante quel fischio.

Ho pensato che sto bene, grazie a Dio, e spero di poterlo dire anche nei prossimi giorni. Se non sapessi di essere positivo, direi di aver preso fresco andando con lo scooter. Ma se sto bene pur avendolo preso e nessun camion ha trasportato, a mia insaputa, il mio corpo, credo di dover dire un bel grazie a coloro che hanno impegnato le loro energie, e talvolta la loro vita, per permettere agli altri di poter stare bene.

Questo pensiero si accompagna alla giornata di oggi, anniversario della Liberazione. Spesso diamo per scontata la nostra libertà ma, pandemia a parte, le attuali vicende belliche ci insegnano ancora una volta che non è così. Niente è scontato, niente possiamo fare da soli. Invece il nostro istintivo egoismo di merda, ci fa ritenere sempre al di sopra di tutto, come se fossimo intoccabili e tutto può accadere, ma solo agli altri.

Spesso ci lamentiamo che non abbiamo tempo. Me compreso. È così, è un dato di fatto. Ma ci manca quando potremmo sfruttarlo, quando ci renderebbe la vita più bella o, se non più bella, più facile o meno dura.

Ma quando questo tempo c'è, ma non è desiderato, beh, allora sembra troppo. 

E quasi inutile.

domenica 3 aprile 2022

Ciao Suor Anna

Una canzone degli anni Ottanta diceva più o meno così:

Words, don’t come easy, to me

This is the only way for me to say…

È così anche per me. Quando le parole non mi vengono facilmente, l’unico modo che ho per dirle è scriverle.

Sono stato un po’ titubante, ma poi ho deciso di scrivere.

Appena ho saputo sono andato subito ad aprire i nostri ultimi messaggi scambiati su whatsapp. Chissà perché l’ho fatto. Forse perché non mi sembrava possibile, non volevo crederci.

Te ne sei andata nella notte, eppure il messaggio che appariva era “ultimo accesso oggi alle 9,05”. Allora vedi che anche per il social non era vero?

Ma sappiamo bene che non è così.

Te ne sei andata in silenzio, come quel silenzio che ha caratterizzato gli ultimi anni, dopo che avevi dovuto abbandonare la nostra comunità per tornare alla sede generale. Già questo non faceva presagire niente di buono, ma tu, in quelle poche volte che era stato possibile parlare per telefono, dicevi che stavi benino, cosa che hai continuato a scrivere, quando i nostri dialoghi sono diventati messaggi.

Volevo venire al tuo funerale, ma circostanze quotidiane me lo hanno impedito. So già che non averti accompagnato in questo tuo ultimo viaggio terreno mi peserà a lungo.

E così è cominciata la ricerca dei ricordi, per sentirti più vicina. Non è stato facile trovare qualche foto. Tu, sempre schiva, cercavi di evitarle. Mi ricordo le tue parole quando inserii, per tua sorpresa, una tua foto fra i collaboratori di uno spettacolo che avevamo portato avanti insieme. La didascalia era “Quelli che pregano per i Custodi della Via”. Avevi un bel sorriso in quella foto. E come poteva essere altrimenti?

Invece non ho trovato una foto che ci ritrae insieme. Mi sarebbe piaciuto tanto, sai?

Ma poi ho pensato che non ne avevo bisogno, perché i ricordi più belli sono già dentro di me.

È stato come un susseguirsi di immagini: i nostri incontri per parlare degli spettacoli da fare in Parrocchia, per farmi dire da te se un messaggio sarebbe passato o meno, per farti ascoltare le canzoni o leggere i testi che avevo scritto. E tu, paziente e cortese, mi dicevi quello che c’era da dire e le modifiche da apportare, come quella volta che volevo un finale diverso dal testo e tu mi facesti cambiare idea. Avevi ragione tu.

I tuoi suggerimenti sono stati sempre preziosi per me, anche quando ti parlavo delle attività che portavo avanti con i ragazzi, mossi dal comune desiderio di cercare "il suo Volto e il bene dei ragazzi". Mi hai insegnato tanto.

Ma quando ci incontravamo parlavamo anche di altro, come un figlio fa con una madre. E tu avevi tanti altri figli. A volte non era facile parlare con te: tutti ti volevano, tutti ti cercavano, dai più piccoli ai più grandi.

Hai ascoltato i miei dubbi, le miei gioie, le mie arrabbiature, le mie esperienze, ti sei sempre interessata a me, alle mie passioni, ai miei problemi, alla mia famiglia.

Le tue parole mi rasserenavano, sapevi sempre tirar fuori la parola giusta al momento giusto. Qualche volta hanno asciugato delle lacrime prima che avessero la forza di venire fuori.

Ricordo quelle volte che ci siamo abbracciati, con quella strana sensazione di non poter entrare in contatto con la tua pelle a causa del tuo particolare abito.

Ricordo quando dicevi “Prega!” ed io ti rispondevo “Ci provo, ma le mie non sono buone, non arrivano a destinazione. Le tue invece arrivano, sono potenti!”

E tu ridevi. 

Già, il tuo sorriso. Ricordo il tuo sorriso.

Oggi ho riletto gli ultimi messaggi della chat: io ti avevo inviato l’ultimo racconto e tu mi avevi risposto “Grazie Infinite”.

Sono io che ti ringrazio, di cuore, per tutto. 

Appariva la scritta “ultimo messaggio mer ore 9,05”.

Il tuo telefono si è spento.

Per sempre.

Ciao Suor Anna. 

domenica 27 febbraio 2022

Tratto da «Fratelli tutti» di Papa Francesco

261. Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male. 

Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni. Rivolgiamo lo sguardo a tanti civili massacrati come “danni collaterali”. Domandiamo alle vittime. Prestiamo attenzione ai profughi, a quanti hanno subito le radiazioni atomiche o gli attacchi chimici, alle donne che hanno perso i figli, ai bambini mutilati o privati della loro infanzia. Consideriamo la verità di queste vittime della violenza, guardiamo la realtà coi loro occhi e ascoltiamo i loro racconti col cuore aperto. 

Così potremo riconoscere l’abisso del male nel cuore della guerra e non ci turberà il fatto che ci trattino come ingenui perché abbiamo scelto la pace.

sabato 5 febbraio 2022

Adagio nella nebbia

 Ho prestato questo racconto ad un romanzo.

Adesso desidero ricollocarlo nella sua dimensione originaria.




Puoi leggerlo CLICCANDO sulla copertina.

Buona lettura.


giovedì 13 gennaio 2022

Fermo immagine

“Dicono che porto bene la mia età, 

ma a me sembra di essere soltanto il ricordo di un uomo, 

di quell’uomo che sono stato”




Questo è il mio ultimo racconto e mi fa piacere condividerlo sul Rifugio, con un'apertura del tutto straordinaria, in questo giorno per me particolare.

Puoi sfogliarlo oppure andare alla pagina per leggerlo con calma CLICCANDO QUI.

Buona lettura.

Roberto


martedì 5 ottobre 2021

Z come zZz

 Amiche ed amici del Rifugio, il blog chiude.

Avendo deciso di farlo già da tempo, ho scelto di farlo nello stesso giorno in cui lo aprii, il 5 ottobre. Era 2008, e le parole del post di apertura furono le seguenti:

«Ciao amici,

mi chiamo Roberto e ho appena aperto questo spazio sul web.

Questo sarà il mio rifugio, per parlare, anzi scrivere, delle mie passioni: la scrittura, la lettura, la musica, lo sport e altre ancora che di volta in volta verranno chiamate in causa.

Nel mio rifugio cercherò di accogliere anche gli internauti che vorranno farvi tappa e che avranno voglia di condividere con me quelle passioni.»

Le motivazioni, i saluti ed i ringraziamenti li avevo già scritti alcuni mesi fa, alla lettera D come Desistenza, pertanto non sto a ripetermi ma, se ve li siete persi, potete leggerli qui.

So già che il Rifugio mi mancherà, come mi mancheranno le persone che di tanto in tanto, in questi tredici anni, hanno lasciato i loro commenti.

Ognuno di voi è stato importante per la mia persona.

Un abbraccio.

Ciao.