martedì 21 aprile 2015

Quella strana voglia

Ci sono periodi in cui non riesci a trovare un minuto di tempo da dedicare a te stesso. Il tempo trascorre, velocemente, e lo impieghi tutto facendo qualcosa. Nemmeno tu sai come riesci in tutto ciò. 
Poi ti ritrovi ad avere qualche impegno in meno e ti sembra di avere un sacco di tempo a disposizione, tanto che hai l'impressione di non avere niente da fare.
Ti arriva un libro di un amico, cominci a leggerlo, e subito pensi che potresti riprendere in mano almeno una di quelle due trame che giacciono nel cassetto da molto tempo.
Poi vai a teatro a vedere un musical nel quale canta e recita un altro amico e subito pensi che potresti rimetterti a scrivere qualcosa per il palcoscenico, magari inserendoci qualche canzone.

Il tuo cervello non ha fermezza, forse non sei più abituato a rilassarti.
Idee, pensieri, idee, pensieri.
E quella strana voglia di ricominciare.







martedì 14 aprile 2015

Abetone 2015 - Week-end in famiglia

L’inizio è stato un po’ tribolato, tanto da far pensare alla sospensione dell’iniziativa, visti anche gli esiti dell’uscita autunnale. Ma poi, non senza incertezze, la macchina si è messa in moto e tutto ha assunto le sembianze di una scommessa, per la partecipazione dei ragazzi e, soprattutto, per quella dei genitori, direttamente chiamati ad essere co-protagonisti per una giornata di questo week-end in famiglia.
Famiglia: di questi tempi un argomento che può essere scottante.
Arrivo, sistemazione, gruppo, e la prima bella sensazione, perché i ragazzi partecipano, sono vogliosi, non danno cenno di noia o cedimento. Il tempo passa in fretta e non riusciamo a terminare tutto quello che viene proposto dai testi. Le domande “scottanti” per i genitori sono pronte. Mi rendo conto di essere l’unico genitore dei presenti e mi piacerebbe tanto rispondere ad alcune di quelle.
I ragazzi sembrano cambiati rispetto all’ultimo ritiro, eppure sono passati solo pochi mesi.
La sera tutti prendono parte ai giochi con una sana carica agonistica che non guasta e che rende vivace la gara, intervallata da un po’ di musica.
Avverto una bella atmosfera. Mi sento a mio agio con i ragazzi e con gli altri animatori.
Un amico mio direbbe: “Sembra una di quelle strane congiunzioni astrali che difficilmente si ripetono.”
Poi capita un imprevisto e, si sa, di quelli tutti vorremmo farne a meno.
Eppure anche quello permette di conoscere qualcosa di più di altre persone, carpire un desiderio, captare uno stato d’animo, un momento di difficoltà o di paura, ma anche di speranza, ed anche dall’imprevisto esci in qualche modo rafforzato. Ed è stato bello vedere la partecipazione emotiva di alcuni ragazzi. Ah, quanto mi sarebbe piaciuto conoscere le parole di quella preghiera silenziosa, mano nella mano nel salone, prima della buonanotte!
Poi, dopo una viaggio fra le buie curve di montagna, arriva il momento di chiudere gli occhi.
Solo poche ore, forse, e l’alba di una bella giornata serena ci accoglie fra le sue braccia.
Sveglia, colazione e partenza per la passeggiata.
Nuove emozioni, fra le quali la sorpresa di apprendere che un ragazzo di tredici anni può commuoversi ascoltando le parole di una canzone di un rapper, dimostrando una sensibilità che stride con l’apparenza che dà di sé.
Rientro, giochi nel salone in attesa del pranzo.
E mentre i primi genitori arrivano, i ragazzi, questa volta quelli più grandi, mi fanno il regalo di farmi ascoltare una canzone musicata da loro. Ed io sono costretto a… tacere.
Il pranzo è servito.
Ci raduniamo tutti quanti nel salone. E’ il momento delle domande “scottanti” preparate dai ragazzi per i genitori. 
Via, si parte. Domanda, risposte. Domanda, risposte. Domanda, risposte.
E’ un bel dibattito. I genitori sono molto attivi e non si tirano indietro, tanto che il buon moderatore è quasi costretto a tagliare per lasciare spazio alle altre domande.  
Ed è bello vedere con quale energia i genitori liberano il fanciullo che è in loro in occasione dei giochi, lasciandosi andare, scoprendo o riscoprendo la bellezza del gioco, del puro divertimento.
Liberi, appunto, senza alcun tipo di timore.
Sembra troppo bello per essere vero. Da anni non respiravo questa atmosfera di complicità fra i presenti.
La Santa Messa conclude il week-end in famiglia.
Sono contento: per i ragazzi, per i genitori, per chi ha cercato di dare il meglio di sé per la riuscita dell’iniziativa e vorrei che tutti provassero quello che sto provando io. Lo so, in fondo, si dirà, è solo un ritiro. Ma le emozioni è bello viverle, sempre.
E’ il momento dei saluti e vorrei dare un abbraccio a tutti.
Abbraccio: che bella parola! E’ una delle tre parole che a me piacciono molto e che iniziano tutte per “A”: “A” come abbraccio, “A” come amicizia, “A” come amore.
Per questa occasione ce n’è una in più, che le unisce tutte quante: “A” come Abetone.



venerdì 3 aprile 2015

mercoledì 1 aprile 2015

Le pagelle di Ben - L'ora di lezione di Massimo Recalcati


Vidi la trasmissione televisiva in cui l’autore presentava questo libro. Mi appuntai sul cellulare una frase che mi aveva colpito: “Un’ora di lezione può cambiare la vita”, che poi è la stessa che è scritta in quarta di copertina. Lo comprai e con la curiosità di un bambino cominciai a leggerlo.
Si parla di scuola, di insegnanti, d’insegnamento, e di quel che resta.
Ma l’approccio è stato difficile per me, che da subito ho avuto l’impressione di leggere un saggio per addetti ai lavori, che so io, filosofi, psicanalisti o simili.
E allora la lettura non è andata avanti sciolta, tanto che per leggere due terzi del libro ho impiegato vari mesi, con la voglia matta di abbandonare.
Se avessi dovuto dare un voto a questa parte soltanto, sarebbe stato un bel quattro.
Ma poi è arrivato il capitolo quinto, l’ultimo prima dell’epilogo. E qui il libro ha cambiato faccia, assumendo le sembianze di un romanzo. E allora la lettura ha preso a scorrere, tanto che in una sola sera, a letto prima di addormentarmi, ho terminato il libro tutto d’un fiato.
L’autore ha preso a parlare dell’insegnante che ha cambiato la sua vita, che lo ha fatto innamorare del sapere, che ha aperto in lui nuovi mondi e nuovi orizzonti, trasformando un ragazzo spesso considerato ritardato in una persona dalle capacità superiori ad altri. Come troviamo scritto all’interno: “… il sapere che si trasforma in un oggetto erotico, il libro in un corpo.” E tutto grazie a quella prima ora di lezione con quella insegnante che lui arriva ad amare proprio per le sua capacità di insegnamento.
Questa parte finale è molto coinvolgente emotivamente. L’autore riesce a trasmettere le sue sensazioni ed i suoi sentimenti attraverso un linguaggio dolce, attraverso slanci emotivi e nostalgici allo stesso tempo, fino al rammarico di non aver avuto modo di rivedere e parlare con questa insegnante, perché nel tentativo di rimettersi sulle sue tracce scopre che è già morta.
E qui il lettore scopre di aver perso una persona alla quale si era affezionato come se quella insegnante fosse stata anche la sua.
Decisamente un libro a due facce, con la seconda veramente bella.
Un libro che dovrebbero leggere tutti quelli a cui stanno a cuore le sorti della scuola e dell’insegnamento, a partire dagli studenti e dai loro genitori.
Voto di Ben - 7 

venerdì 20 marzo 2015

E poi arriva il sabato


Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia

Anche per me è il giorno più bello della settimana.
Quando ero ragazzo lo preferivo perché segnava la fine della settimana scolastica. Il pomeriggio del sabato era, per me, l'unico pomeriggio libero dallo studio. La domenica, infatti, riprendevo per farmi trovare pronto il lunedì.
Era il pomeriggio dedicato alle uscite, agli amici e a tutto quello che mi faceva dimenticare la scuola, almeno per qualche ora.
Poi, con l'ingresso nel mondo del lavoro, è diventato inizialmente il giorno dedicato alle necessità familiari, ma è durato poco, perché cambiando lavoro è diventato un mezzo giorno lavorativo e ancora oggi è così.
E allora dov'è tutta questa bellezza del sabato?
E' bella l'attesa, proprio come nella poesia del Leopardi.
Lì c'era anche un accostamento con l'età che passa, ma io voglio soffermarmi solo sull'attesa.
L'attesa, la speranza di avere del tempo da dedicare a se stessi, alle persone più care e a ciò che più ci piace fare, senza pensare alla settimana lavorativa che sta per ricominciare, come invece può accadere la domenica, soprattutto verso sera.

Se vado a vedere ciò che mi accade il sabato pomeriggio mi verrebbe quasi da dire: "Caspita, ma questa è un'altra mezza giornata di lavoro!"

Beh, in effetti, è un po' impegnativo: un pomeriggio tutto improntato all'insegna dei ragazzi, all'incontro con i ragazzi. Ed è proprio questo il bello!

mercoledì 18 marzo 2015

500!

Ogni tanto faccio una scoperta mentre esploro le pieghe più profonde del blog. Forse sarebbe meglio dire: mentre mi aggiro dietro le quinte del blog.
E così ho scoperto che quello che sto scrivendo è il post n. 500 del Rifugio.
Non sono tanti se andiamo a considerare che è aperto dal 2008 (però!). 
E allora bisogna festeggiare con qualcosa di bello!
Dunque: la prima idea è stata quella di scrivere qualcosa sulla ricorrenza di domani, la festa del papà.
Così sono andato alla ricerca di immagini che mi ricordano quella festa. E ho scovato una bottiglia di Rosso Antico, molto pubblicizzata in televisione, qualche decennio fa, per l'occasione.
Chi si ricorda quel liquore?
La seconda idea è stata quella di scrivere qualcosa che somiglia vagamente a "domani avvenne". Idea poco originale, anzi a dirla tutta, nessuna delle due originali, e per di più molto nostalgiche.
Una nostalgia forse dettata dal fatto di essere andato a visitare i blog di vecchi amici o amiche ed aver trovato questi blog nelle stesse condizioni del mio, cioè in pausa, oppure un po' abbandonati o addirittura chiusi.
Vita dura per i blog come questo ed altri, surclassati dalla rapidità dei social networks. Ricordo che la vita del Rifugio cominciò a cambiare con la prepotente ascesa di Facebook. E le piazze virtuali dove si scambiavano idee sui vari argomenti cominciarono a perdere le panchine sulle quali sedersi, a vantaggio dei social, dei veri treni ad alta velocità dove tutto passa in fretta e dove si parla di tutto e allo stesso tempo di niente.
Giorni fa ho cantato alla festa della donna organizzata dall'associazione di volontariato di cui faccio parte. Già dalla notte stessa, commenti a raffica su Facebook per la splendida serata. Ho notato il post "soltanto" il mattino dopo e mi sono detto: "Stasera, quando torno a casa, metto anch'io il mio commento".
La sera, a casa, ho dovuto cercare quel post andando a ritroso, molto a ritroso, perché molti altri post erano stati scritti e quello lì era già vecchio, finito, chiuso l'argomento. 
Cinquecentesimo post del mio caro, vecchio, Rifugio.
Che dici? Brindiamo io e te? Ma sì, dai!



Alla salute!

domenica 1 marzo 2015

Caro Rifugio ti scrivo

Così mi distraggo un po', avrebbe detto un celeberrimo artista.
Da tanto tempo non ti scrivo, eppure pochi anni fa affidavo a te tante delle mie emozioni, con la speranza di condividerle con qualcuno. E così è stato.
Proseguendo ti ho progressivamente abbandonato.
Non ho niente contro di te, sia ben chiaro, ma è mutato il mio modo di sentire e vivere emozioni, pensieri e parole (direbbe un altro celeberrimo artista).
Oggi però voglio raccontarti quello che è accaduto ieri, ma prima devo fare una piccola premessa.
Un mio vecchio compagno di scuola poco tempo fa mi ha mandato a leggere il suo primo libro che è stato pubblicato dopo tanti anni di gestazione. Non l'ho ancora letto, e appena l'avrò fatto ne scriverò qui. 
Quando mi scriveva (lavora in Cina) per chiedermi qualcosa e per comunicarmi le novità, mi faceva rivivere quello che avevo provato quando io ero nell'intento di far vedere la luce al primo romanzo, Nel mezzo della notte, che quest'anno compie dieci anni. Attraverso di lui rivivevo le emozioni di allora e non ti nascondo che per un momento ho pensato di riprendere in mano quei due manoscritti che da tempo dormono in qualche cartella del computer. 
Non l'ho fatto perché nel frattempo stavo portando avanti progetti diversi. Finiti questi non l'ho fatto perché mi piace di più portare avanti gli incontri settimanali con i ragazzi, e questo richiede preparazione ed energia, altrimenti non danno scampo. 
Ieri però, dovendo affrontare un argomento legato all'amicizia, non ho potuto fare a meno di riprendere in mano quel mio libro di dieci anni fa. Calzava alla perfezione. Ho fatto le fotocopie di un capitolo e mantenendo l'anonimato riguardo all'autore ho cominciato a leggerlo. Solo una parte, perché l'argomento ha stuzzicato subito i ragazzi.
Tutto questo ha suscitato in me altre emozioni, ma mi risulta sempre più difficile scriverne, così come mi risulta difficile scrivere della gioia che provo quando svolgo altre attività legate a loro o ad altro.
Oggi ci sto riprovando, caro Rifugio. 

mercoledì 14 gennaio 2015

Grazie per gli auguri!

Un ringraziamento alle amiche e agli amici del Rifugio per gli auguri che mi hanno fatto pervenire per e-mail poiché, per cause imprecisate e non dipendenti dalla mia volontà, non hanno potuto scrivere direttamente qui sul blog.
Spero che possiate tornare ad intervenire presto.
Vi mando un abbraccio.
(...  considerato che ancora ho la forza di alzare le braccia)




domenica 21 dicembre 2014

Auguri di Buon Natale!

Un giorno di novembre del 1984 Bob Geldof, un musicista inglese di medio successo, vede in televisione un documentario sulla fame in Etiopia. Le immagini scioccanti generano una reazione immediata: sente di dover fare qualcosa di concreto per loro. Alza il telefono e coinvolge l’amico Midge Ure, leader di uno dei più famosi complessi britannici, gli Ultravox. Scrivono una semplice canzone che faccia da cassa di risonanza al messaggio di aiuti. Poi cercano di coinvolgere i loro colleghi ed in pochi giorni quaranta star del pop inglese si ritrovano in uno studio per incidere la canzone Do they know it’s Christmas?, il cui incasso andrà interamente in beneficenza (12 milioni di dischi, oltre 100 milioni di dollari). La canzone diventa un successo clamoroso, il disco più venduto di sempre in Inghilterra, e spingerà i cantanti statunitensi a tentare un’esperienza simile con la famosa We are the world. L’anno seguente sempre Bob Geldof organizzerà il più grande concerto di tutti i tempi per la stessa causa: il “Live Aid”, gesto che gli varrà la candidatura al premio Nobel per la pace. 


In questa canzone, alcune parole su tutte:

"The greatest gift they'll get this year il life"
Il miglior regalo che riceveranno quest'anno è la vita.

Ascoltando questa canzone e leggendo il suo testo, ho parlato di Natale con un gruppo di ragazzi.
Poi ci siamo scambiati gli auguri.

E così faccio con voi, amiche ed amici del Rifugio.

Buon Natale!



giovedì 18 dicembre 2014

"Un grande sogno". Accenni sulla vita di Don Paolino Contardi. Domenica 14 dicembre, verso sera.


Ma come? E’ già finito?
Sì, è già finito.
La mia mente ripercorre questi mesi di prove, passati troppo rapidamente, e se ne va all'indietro, quando questo lavoro cominciò ad essere pensato: ero appena uscito, non senza ferite, dal lavoro precedente.
Lo avevo pensato per tre protagonisti. Ma poi provai ad immaginare a come sarebbero stati gli incontri delle prove e questo pensiero già mi metteva dentro solitudine e tristezza. Allora ricavai altri ruoli per creare un gruppo e non un trio. E’ così che è nata una bella squadra, ridotta rispetto alle esperienze precedenti e rinnovata in tanti elementi.
Prova dopo prova, avvertivo sensazioni positive.
E così siamo arrivati allo spettacolo.
Certo, non senza qualche ansia. Una, ad esempio, era quella legata all'uscita del libro da presentare. Proviamo ad immaginare una presentazione di un libro che non c’è. Ma il sabato mattina è arrivato, e allora, come dissi alla persona dal quale lo ricevetti: “Noi siamo pronti, solo gli imprevisti ci possono fermare!”
Ma di imprevisti, questa volta, non ce ne sono stati.
La giornata è iniziata presto per me, con i preparativi della mattina. Poi sono andato a cantare col coro durante la Messa. Infine, chiesa messa sottosopra e via al montaggio della scenografia. Alla fine sarà bellissima, con un caminetto che in molti hanno ritenuto vero.
Con un leggero ritardo abbiamo iniziato la prova generale. Una breve pausa alla fine, giusto il tempo di cambiarmi e mettermi il “costume”, ed era già tempo di inizio.
Avevo un leggero batticuore, ma le prime note della sigla mi hanno caricato e sono entrato con la voglia di giocare. Sì, di giocare. Non avevo provato interamente la mia parte, e così ho improvvisato qualcosa, quel tanto per ben predisporre il pubblico e sdrammatizzare un po’. Il personaggio da presentare, Don Paolino Contardi, è uno di quelli che pesa, per certi versi un esempio ingombrante, anche per i suoi “colleghi”.
E il libro “Memorie” non è altro che la raccolta dei suoi tanti appunti presi durante il periodo trascorso come sacerdote a Montemurlo.
Poi è arrivato il momento della preghiera. Tutti gli attori si sono schierati in linea tenendosi per mano, il pubblico in piedi e… “Padre nostro…”. Sono riuscito a dire le prime due parole, poi ho proseguito sottovoce. Ai più, forse, è potuto sembrare il segno di inizio, ma in realtà ho abbassato la voce per non far sentire che ogni tanto… si rompeva.
E poi la sigla della rappresentazione, le immagini che l’accompagneranno per tutta la durata, le canzoni, la poesia, l’orchestra invisibile formata da tre chitarristi, gli attori, quelli che parlano e quelli che si muovono, e fra questi due magnifiche bambine alle quali sono particolarmente affezionato.
Ed io? Io sono rimasto dietro a godermi le loro gesta, aspettando il turno di dover dare voce, solo la voce, a Don Paolino. Con il copione in mano, ormai un po’ spiegazzato e consumato, alzavo ogni tanto lo sguardo all'insù per godermi le immagini e poi verso il tecnico del suono per avere la conferma che tutto stesse procedendo bene. Quando i personaggi rientravano dalla loro performance, esultavo in silenzio con strani versi da… stadio.
Eppure c’è stato un momento in cui mi sono sentito solo. Alla fine, sulla canzone finale, tutti sono rientrati sul palco. Ecco, è stato lì. Dietro ero rimasto solo io e i tecnici del suono e delle immagini, peraltro due amici. Ma i compagni di questa avventura, quelli delle serate trascorse a provare, cercando le soluzioni alle varie situazioni cambiando ove necessario, quelli che mi hanno sopportato, adesso erano tutti sul palco. Lo so, dovevo solo aspettare solamente un paio di minuti, il tempo che finisse l’ultima strofa della canzone, e poi li avrei raggiunti per presentarli sul pezzo musicale finale.
Li ho raggiunti, ma ho preferito presentarli solo a musica finita. Desideravo che l’attenzione fosse solo per loro che, insieme a tutti quelli che hanno lavorato nell'ombra, hanno reso possibile la riuscita dello spettacolo, donando il loro tempo e la loro disponibilità per far conoscere, di più, una persona che a Montemurlo ha dato tanto.
Tutto rose e fiori, dunque? No, ma questa volta ho voluto gettare all'angolo le delusioni. Gettarle via, come quel copione lanciato per aria alla fine. L’ultimo.



martedì 21 ottobre 2014

Uno sguardo alle statistiche

Ho fatto una visitina alla sezione delle statistiche.
Gli accessi più numerosi sono quelli dall'Italia, ma con mia sorpresa ho notato che l'Italia è tallonata da Federazione Russa, Stati Uniti e Germania. 
Un po' più giù Paesi Bassi (Ciao Bianca!), Francia, Regno Unito, Ucraina, Lettonia e Turchia.

Cari amici stranieri, non so che cosa vi porti al Rifugio, comunque sia, grazie! 
Magari provate a farvi vivi.


P.S: L'invito non è rivolto allo Spam.


giovedì 25 settembre 2014

Segnali - Ultima puntata - "M."

E' un periodo pieno di dubbi per me. Sono stato sul punto di mollare varie attività, poi tutto è rientrato, ma ancora non sono del tutto convinto. Anche portare a termine l'anno con i ragazzi è stato difficile, e anche in questo caso sono stato assalito da molti dubbi. Cosa fare? Continuare o smettere? E' diventato tutto così dispendioso in termini di energie. 
Con questo stato d'animo, una domenica vado al campino parrocchiale per assistere ad una delle ultime partite di calcetto del torneo. Me ne sto in piacevole conversazione quando mia moglie richiama la mia attenzione. 
"Guarda, c'è M." dice.
"Dove?" rispondo.
"Là, con la bici, insieme ad un altro bambino."
"Visto. Vado a salutarlo."
M. ha fatto parte del gruppo di ragazzi ai quali fece catechesi per la prima comunione. Poi non aveva proseguito. Sono quasi tre anni che non lo vedo, ma mi è sempre rimasto nel cuore.
Mi avvicino e lo saluto arrivandogli da dietro. 
"Scommetto che non mi riconosci?" lo incalzo.
"Sei il catechista."
"Facile! Scommetto che non ti ricordi il mio nome!"
Lui, dopo aver esitato un po'', ammette: "No"
"Vinto io!"
Abbiamo cominciato a parlare lì, io in piedi e lui appoggiato alla canna della bicicletta. Poi abbiamo deciso di andare a sederci su una panchina qualche metro più indietro.
Siamo stati lì per circa un'ora. Nel frattempo il suo amico era andato via e la partita era terminata senza che noi ce ne accorgessimo. Abbiamo parlato di tutto: scuola, catechismo, amici, sogni, bischerate.
E parlando mi sono reso conto che pur non ricordando il mio nome, che a quel punto avevo comunque svelato, si ricordava un sacco di cose che avevo detto durante gli incontri ai quali aveva partecipato. Roba da pelle d'oca!
Lui, che sembrava costantemente disattento.
Lui, che si sdraiava sotto le panche della chiesa e che dovevo ritirare su prendendolo per la cintura dei pantaloni.
Lui, che si nascondeva dietro gli altari laterali.
Lui, per il quale avevo chiesto aiuto alla sua insegnante di sostegno.
Lui, che mi venne incontro nel suo abito bianco il giorno della prima comunione abbracciandomi forte forte.
Lui, che riaccompagnandolo a casa mi salutò da lontano mentre stavo uscendo dal cortile con l'auto, facendomi capire che non sarebbe venuto più agli incontri.
Adesso era lui che, inconsapevole, stava indicando qualcosa a me.

domenica 21 settembre 2014

Segnali - In attesa dell'ultima puntata

Inizialmente volevo scriverne di più, ma poi ho pensato di rinunciare e tralasciare ulteriori segnali. 
Ho semplicemente deciso di tenermeli per me. Prossimamente, però, scriverò dell'ultimo, che mi aveva spinto a scrivere anche degli altri, e che ha un volto e un nome: quelli di un bambino.

venerdì 12 settembre 2014

Segnali - Terza puntata - "L'inno alla carità"

Dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi.

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!


Questa lettura, già conosciuta, mi sembrò nuova quando la risentii durante la Messa di una domenica mattina. 
La scelsi come lettura per il primo incontro con i genitori dei ragazzi del catechismo.
Da allora è ricomparsa, quasi casualmente, durante periodi particolarmente duri o difficili, come durante un ritiro prima della cresima. Ero scoraggiato, quel pomeriggio mi sentivo anche particolarmente solo, non riuscivo a fare le cose come avrei voluto. Durante la Messa fui chiamato a leggere la lettura al posto di un'altra persona. Ed ecco che la trovai lì, pronta a farmi venire un nodo alla gola, cosa che successe anche in un'altra occasione.
Pochi mesi fa, durante l'inverno scorso, ero sul punto di abbandonare le varie attività che stavo portando avanti in Parrocchia e nel campo del volontariato. Ero deluso di tante cose, stanco, così fissai un incontro con un amico per parlarne. Prima di uscire di casa, avendo un po' di tempo a disposizione, decisi di dare una rapida occhiata ad un opuscolo che era arrivato in casa non ricordo più come. Lo aprii a caso, quasi in fondo. Ebbene, ai miei occhi apparve questa lettura. 
Quando incontrai quell'amico gli parlai di tutto quello che provavo, ma gli dissi anche quello che era successo pochi minuti prima e quello che era capitato le volte precedenti. 
La voglia di mollare si era già attenuata.