domenica 26 febbraio 2012

Quattro passi... con Ben - Sessantaquattresima puntata

Con il passare dei mesi e con l’arrivo dei nuovi scaglioni, il numero dei toscani era aumentato notevolmente.  Avevamo formato una specie di comunità all’interno della caserma, finendo per occupare, dopo alcuni spostamenti, la quasi totalità della terza camerata, che era la più grande.
Dopo i raccomandati lombardi, rappresentavamo la regione più numerosa, i nostri rapporti erano ottimi e riuscimmo a formare un bel gruppetto unito. Io, Federico, poi i fiorentini Chilleri, detto Killer, il Benvenuti, detto lo Squalo per il suo naso che sembrava la famosa pinna del pesce, il Donnini, detto Marino Groovy, perché ogni volta che rientrava e doveva rimettere i suoi vestiti nell’armadietto toglieva tutto quanto di dentro e lo appendeva fuori alle brande, rendendole simili all’allora famoso negozio di Firenze, Marino Groovy appunto. Poi c’era l’aretino Leardo, un gigante dall’animo gentile e generoso, e il Corsi di Prato. Questo ero il nucleo storico al quale si univano anche altri toscani, ma che non riuscirono a fare breccia in noi, spesso perché avevano dei modi diversi di affrontare il percorso cui eravamo obbligati. E per sfuggire alla noia alcune volte si rifugiavano in corposi spinelli, soprattutto dopo aver fatto rifornimento in occasione delle licenze.
Noi invece, quando tornavamo a casa, facevamo la spesa di ben altre cose, come il vinsanto, il salame e qualcos’altro di commestibile dal piccolo ingombro. Poi ci riunivamo in camerata tutti insieme, per quanto compatibile con i turni di guardia, e ci facevamo una grande mangiata.
La nostra camerata aveva raggiunto un grande livello di stabilità ed unità. Oltre a noi si aggiunse Giorgio, mentre Fabrizio di Iesi era lì sin dall’inizio, poi con gli scaglioni successivi arrivarono anche il Mancini, dottore di Roma e Maurizio, anche lui di Firenze.
Eravamo tutti convinti che quell’anno in fondo fosse inutile, ma dovendolo comunque passare lì dentro, era nostra intenzione passarlo nel migliore dei modi, restando noi stessi e non facendoci deviare dall’astrattismo e dai viaggi artificiali. Così, ad esempio, la tristezza di un rientro dalla licenza si trasformava in allegria non appena arrivati in caserma, perché qualcuno stava aspettando il rientro per poter festeggiare con salame e vinsanto.
E così, magari uno arrivava in caserma con il morale un po’ giù, perché aveva da poche ore lasciato la fidanzata e la famiglia, ma subito veniva accolto dagli altri.
“Oh, finalmente sei arrivato. Hai fatto tardi, hai incontrato traffico?”
“No, tutto bene.”
“E la roba ce l’hai?”
“Come no!”
“Dai, ragazzi, tutti qui, si mangia!”
E il salame ed il vinsanto facevano il loro ingresso sulla scena!
Quello era il nostro modo di divertirci, più che andare a cercare l’avventura o la bravata, di cui magari pentirsi subito dopo, come avvenne ad altri ragazzi.

Questo modo di agire ci permise di conoscerci molto in quel tempo, di stringere amicizie, alcune delle quali sono ancora attuali, ma allo stesso tempo ci permise di essere rispettati anche dagli altri, vecchi o burbe, per il nostro equilibrio, la nostra serenità, il nostro senso del rispetto nei confronti di tutti, compresi gli ultimi arrivati. Ovviamente non eravamo dei santi, le nostre arrabbiature le avevamo pure noi, ed anche qualche screzio, ma tutto si risolveva in pochi minuti, giusto il tempo di una spiegazione. Inoltre ci piaceva fare anche gli scherzi, che venivano svelati non appena il pesce abboccava. Il più bersagliato fra di noi era lo Squalo al quale, una volta, ne facemmo uno, forse troppo pesante. Fra gli altri mi ricordo quello che facemmo a Pepe, un ragazzo molto pauroso e frignone di Roma, e quello che feci io direttamente a Ciaffaraffà, di Siena, circa due mesi dopo il suo arrivo.

domenica 19 febbraio 2012

Una lacrima sul viso

In questa domenica piovosa ho scelto di riposare lasciandomi avvolgere dal mio caro divano: un accumulo di energia in attesa dell’inizio della settimana che sta per iniziare. 
Fra una lettura di poesie e una chiacchiera in famiglia, mi sono ascoltato le canzoni del Festival di Sanremo. Mi sono piaciute, quasi tutte.
Quello, però, che mi è piaciuto di più è stato vedere che ci si può ancora commuovere per la gioia. E allora quelle lacrime diventano il modo più alto per esprimere quello che, in quel momento, non sarebbe possibile esprimere altrimenti. E lì ti rendi conto che anche chi sembra inavvicinabile, alla fin fine è, comunque, una persona. 


sabato 11 febbraio 2012

Quattro passi... con Ben - Sessantatreesima puntata

Alla fine di agosto mi fu concessa la prima licenza. Su consiglio degli anziani optai per ottenere un permesso di quarantotto ore, detto appunto il quarantotto, ogni mese, piuttosto che chiedere cinque giorni ogni due mesi. Infatti era consuetudine far slittare questo tipo di licenza ed i sessanta giorni diventavano sempre novanta, se andava tutto bene. Il quarantotto veniva concesso invece con regolarità, almeno per le persone che mostravano un certo impegno.
Era un po’ problematico arrivare a casa con il treno, poiché c’erano da fare troppi cambi, e partendo alle cinque dalla caserma, sarei arrivato a Pistoia quasi a mezzanotte.
Trovai una soluzione migliore. Il Picchi, di Lucca, aveva la macchina e quel giorno andava in licenza anche lui. Insieme al Cini di Siena facemmo una macchinata di toscani e partimmo tutti insieme. Lui ci portò fino a Viareggio. I miei non mi vennero a prendere perché non gli avevo prospettato quella soluzione, ed infatti più tardi mi presi una bella ramanzina. Avevo detto loro che avrei chiamato appena arrivato a Pistoia.
Da Viareggio presi l’autobus, ma non era un diretto che faceva l’autostrada, perché lo persi per un pelo. Per non aspettare un’ora decisi di prendere subito dopo quello che passava attraverso tutti i paesi. Fu un errore, ed infatti arrivai a casa che erano circa le 21,30, l’oscurità incombeva.
La casa mi sembrava diversa, la disposizione della cucina era cambiata, con mobili nuovi disposti diversamente. Sembrava che due mesi circa di assenza avessero cambiato le cose di sempre, ma ovviamente era solo una mia impressione.
Riassaporai il gusto della cucina della mamma e il piacere di dormire nel mio letto, oltre a rivedere i miei cari. A tavola parlammo dell’eventualità di ripartire in macchina.
“Babbo, vorrei ritornare a Montichiari con la 126” dissi.
“Certo” rispose lui. “Dopo aver visto dove ti hanno mandato, lo avevamo pensato anche con la mamma. Però non andare con la 126, il viaggio è lungo e poi è più affidabile l’Horizon. Penso che sia meglio che tu vada con quella. La 126 la prendo io.”
Con la Talbot era tutta un’altra cosa.
L’ultimo giorno della licenza, cioè il secondo, partii da Firenze dopo aver trascorso la serata con Cinzia, e a mezzanotte in punto arrivai a destinazione.
Aver portato su l’auto fu una svolta nella mia vita militare, perché mi permise, finalmente, di uscire la sera, e rendere più piacevole il mio soggiorno obbligatorio, dandomi la possibilità di muovermi senza dover chiedere niente a nessuno e senza dover accattare qualche passaggio da sconosciuti facendo l’autostop. 

mercoledì 1 febbraio 2012

Quattro passi... con Ben - Sessantaduesima puntata

Dopo una settimana dal mio arrivo, la mia famiglia e Cinzia vennero a farmi visita. Avevo informato il mio maresciallo di questa eventualità per farmi dare un permesso speciale.
Quella mattina non stavo nella pelle, sembrava un’eternità che non li vedevo, soprattutto Cinzia. Sapevo che sarebbero partiti da casa molto presto, perché questa è sempre stata una nostra abitudine familiare.
Dopo l’alzabandiera fui accompagnato regolarmente al Saporiti, ma spesso mi affacciavo o andavo fuori per vedere se arrivavano, perché dovevano passare di lì, ed essendoci solo una rete di recinzione che delimitava la caserma dalla strada, si poteva benissimo vedere chi passava.
“Stai calmo che ora arrivano” mi diceva il maresciallo Badia.
“È strano, partono sempre molto presto, non sarà mica successo qualcosa?”
“Ma cosa vuoi che sia successo? Tu l’hai vista la strada: è facile che si siano sbagliati o che siano finiti all’entrata dell’aeronautica, lo fanno tutti. Dai, lavora un po’, altrimenti non ti firmo il permesso.”
Ero impaziente, poi all’improvviso:
“Eccoli, Maresciallo! Quella è la Uno nera di mio fratello!”
“Che ti avevo detto?”
Si stavano dirigendo alla centrale. Io seguivo, da lontano, tutta la scena.
Scesero e suonarono. Il sottufficiale di servizio uscì dalla baracca e andò verso l’ingresso dove cominciarono a parlare attraverso le inferriate del cancello. Poi i miei risalirono in macchina, il cancello si aprì ed entrarono fermandosi al parcheggio. A piedi entrarono nel casotto.
Dopo alcuni minuti suonò il telefono. Il maresciallo rispose:
“Pronto, Saporiti… Sì, lavora qui. Ci penso io... Grazie.” E dopo una breve pausa:
“Devi andare in centrale, ma il permesso te lo firmerà il comandante. Buona giornata, ci vediamo domani, divertiti!”
“Grazie Maresciallo, arrivederci.”
E così mi incamminai a passo svelto verso la centrale, con il cuore che batteva forte, e ancora più forte via via che mi avvicinavo. Mi tolsi il cappellino di testa ed iniziai una corsetta per arrivare più in fretta.
Finalmente li vidi. Abbracciai mia madre.
“Stai bene? Sei dimagrito!”
“Magari!”
Poi abbracciai e salutai mio padre, mio fratello ed infine Cinzia. Quello fu l’abbraccio più lungo ed intenso, poi le detti un bacio ed infine riuscii a dirle: “Ciao.”
“Il viaggio è andato bene?”
“Sì, abbiamo seguito le indicazioni, ma per trovare questa stradina abbiamo dovuto chiedere due volte. Poi ci hanno mandati al cancello dell’aeronautica” rispose Mauro.
“E ora che dobbiamo fare?” chiesi al sottufficiale.
“Ora dovete aspettare che arrivi il comandante con il permesso; ha detto che vuole conoscervi. Dovete pazientare.”
E pazientammo.
Dopo circa venti minuti il comandante arrivò. Entrò nella baracca. Io feci il saluto, ma lui subito mi disse di stare comodo. Si presentò:
“Io sono il Tenente Colonnello Mario Gelato, comandante di questa caserma. Mi scuso se vi ho fatto aspettare, ma volevo proprio vedervi, perché non capita mai che un soldato riceva visite dai propri familiari, soprattutto provenienti da così lontano. Vostro figlio è un bravo soldato, i suoi superiori me ne hanno parlato bene; lavora, si impegna, fa le guardie, insomma fa bene il suo dovere. Pertanto gli concedo molto volentieri una giornata di permesso. Bene, artigliere Benassai, questo è il permesso, buona giornata e … rientra in orario!”
“Sarà fatto, Signor Comandante. Grazie!”
Salutò tutta la famiglia e finalmente potemmo uscire.
Passai rapidamente al fortino per cambiarmi e poi partimmo alla volta del lago di Garda.
Ci fermammo a Desenzano. Per i miei genitori, che raramente si erano mossi da Pistoia, era una cosa fantastica vedere quell’enorme massa d’acqua. Mia madre era letteralmente entusiasta. Ogni poco era un’esclamazione: “Che bello!”
Mio padre invece era più compassato, si gustava quei posti con gli occhi ed un sorrisetto sulle labbra, senza proferir parola. Mauro invece era più navigato ed era già stato lì in precedenza. Io li guidavo, ma spesso lui mi anticipava, dicendo il luogo dove meritava di andare.
Per quanto riguarda Cinzia e me, beh, avevamo del tempo da rimettere, per cui i nostri occhi erano solamente per gli occhi altrui.
Dopo Desenzano andammo a Sirmione, dove ci fu un’altra ondata di “Che bello!” da parte di mia madre ed altri sorrisetti convinti di mio padre.
Il tempo trascorreva inesorabile e la giornata stava volgendo al termine. Era passata troppo in fretta, come tutte le cose belle. Mi resi conto che era la prima volta che la famiglia, tutta insieme, aveva fatto una gita lontano da casa, in un luogo che fosse al di fuori della Toscana. Sì, d’accordo, l’occasione era particolare perché io ero militare, ma viaggiare tutti insieme, in luoghi da ricordare per sempre, sarebbe stata una cosa che in futuro non si sarebbe più verificata. Avvertendo quella sensazione cercai di gustarmela fino alla fine.

domenica 29 gennaio 2012

Scrivere è urlare in silenzio (?)


                                            


Ho ripreso la frase citata da Bianca 
(facendone una domanda)
A voi!

mercoledì 25 gennaio 2012

Le pagelle di Ben: Vedi alla voce: Amore di David Grossman

Vedi alla voce: Amore – D. Grossman

In assoluto il libro più difficile che abbia letto. Mi ha creato molte difficoltà e spesso sono stato sul punto di abbandonarlo, ma poi ho resistito e, con molta lentezza, è riuscito a portarmi fino alla fine.
È anche difficile parlarne, perché è talmente complesso, forse geniale, per la fantasia dell’autore nel proporre un punto di vista alternativo a quelli che generalmente trattano dell’olocausto.
Infatti, già leggendo la quarta di copertina, uno scopo era proprio quello di parlarne in maniera originale alle giovani generazioni, quelle che ne hanno sentito solo parlare, senza aver vissuto quel periodo direttamente, proprio come Momik, il protagonista di questo romanzo, che, ancora bambino, cerca di carpire i segreti della “belva” dai sopravvissuti che, a causa di un dolore ancora forte ed una ferita perennemente aperta, non osano raccontare niente di quella vicenda, se non accennando per poi ritrarsi.
Poi Momik cresce e diventa uno scrittore che segue le vicende legate alla morte di uno scrittore polacco ebreo, Bruno Schulz, ucciso da un nazista per fare un dispetto ad una altro nazista.
Questa seconda parte mi è rimasta particolarmente difficile e più volte mi sono detto che poteva anche non far parte del romanzo, sembrando quasi un racconto a sé stante. Qui Grossman si è veramente sbizzarrito con la fantasia, anche troppo, facendo perdere spesso il senso dell’orientamento: giù nel mare alla ricerca del libro incompiuto di Bruno, Il Messia, del quale non si ha più traccia. Riferimento puramente casuale? Le domande di Momik si susseguono e hanno bisogno ancora di altri personaggi, più o meno fantastici per ottenere risposte. Ed ecco che arriva Wasserman, un autore di racconti per bambini, nonno “per caso” di Momik, che attraverso una storia raccontata ad un nazista, Neigel, con il quale instaurerà un rapporto del tutto particolare di confronto-scontro, svelerà le atroci verità dell’olocausto, gettandole in faccia anche a chi, convinto sostenitore di un’ideologia come Neigel, si sentirà schiacciato e sconvolto dalle contraddizioni interiori, tanto da poterle risolvere soltanto con il suicidio.
Il romanzo ruota su se stesso, come l’ultima parte, l’enciclopedia, che rimanda continuamente ad altre voci, senza un ordine ben preciso, dove l’unico ordine sembra essere quello delle sensazioni, delle forte emozioni che una tragedia come l’olocausto può far provare, quello delle domande che ritornano sempre, crudeli, quell’interrogarsi sui perché, con la vita che emerge dai vari personaggi a significare che, comunque violentata, offesa, distrutta, piegata, non verrà spezzata, ma rimarrà sempre unica e speciale, come ogni persona.

Come ho detto all’inizio, il libro è molto complesso e sono convinto di aver perso per strada tanti piccoli particolari e tante sfumature. Capolavoro? Forse, per la genialità dell’opera. Lo stile di scrittura di Grossman qui è diverso da quello che avevo conosciuto in altri suoi libri. La prima parte si adatta molto bene al linguaggio di un bambino, la seconda fa perdere l’orientamento per le acrobazie della fantasia. La parte finale, più lineare e scorrevole, se in un romanzo del genere si può parlare di linearità e scorrevolezza, è stata quella in cui l’autore riesce a dire le cose più crude con una delicatezza fuori dal comune, per me decisamente la migliore.
Però, quanta sofferenza nel portarlo a termine!
Il voto dell’istinto sarebbe basso, il voto dopo averci riflettuto per un po’ sarebbe alto, quindi:
Voto di Ben:  7,5

lunedì 23 gennaio 2012

Finito!

Dopo circa sei mesi (o sette?) sono riuscito a terminare il libro di Grossman "Vedi alla voce: amore".


Come di consueto scriverò le mie impressioni.
Spero di farlo prima di sei mesi.
(O sette?)

domenica 15 gennaio 2012

Quattro passi... con Ben - Sessantunesima puntata

L’indomani mattina ebbi modo finalmente di vedere il fortino, e ciò che lo circondava, con la luce del sole. Svegliandomi, come al solito prima che suonasse la sveglia, mi affacciai alla terrazza, guardando dall’alto il cortile dove eravamo stati accolti. Ero sopra al ristorante (lo chiamo così per comodità). A piano terra, alla sinistra c’era l’entrata delle camerate, di fronte c’era l’ingresso del fortino e alla sinistra c’era la porta dello spaccio, cioè il bar.
Rientrai in camera e mi affacciai alla finestra che dava sulla parte opposta, cioè sull’esterno del fortino.  Guardando fuori, mi resi conto che eravamo all’interno di un aeroporto, non attivo, e si vedeva una enorme distesa di erba, alcune piste ed in lontananza dei capannoni, gli hangar, e ancora oltre si intravedevano i monti.
Pensai: “Ma case non ce ne sono?”
Alle mie spalle giunse Giorgio e mettendomi una mano sulla spalla, mentre io mi giravo per vedere chi fosse, disse: “Ma come, non hai mai visto la pianura Padana? Ecco, qui ne hai un esempio.”
La sveglia suonò ed anche gli altri si svegliarono.
“Ehi” disse uno stirandosi e sbadigliando. “Le burbe sono già sveglie. State guardando il panorama? Rassegnatevi, il paese più vicino è a sei chilometri. Si chiama Castenedolo. Dalla parte opposta c’è Montichiari; sono entrambi a circa sei, sette chilometri da qui. Ma per andarci bisogna fare l’autostop, non ci sono corriere. A meno che uno non porti la macchina. Comunque io sono Marocchi e sono di Mantova, gli altri dicono che sono raccomandato, ma non è vero”  disse strizzando un occhio.
E così ci presentammo, scoprendo che quasi tutti ero lombardi.
“Io sono di Pistoia, sono toscano; a proposito ce ne sono altri?” chiesi.
“Sì, c’è il Chilleri che è di Firenze, oltre che mezzo matto. Poi c’è il Cini di Siena, anche De Cicco è di Siena, il Picchi e il Landi di Lucca. Poi non so.”
“Ma vi conoscete tutti qui dentro?”
“Per forza, non siamo tanti e se si escludono quelli che sono in servizio siamo ancora meno. Credo una settantina in tutto. Ma qui al fortino il numero è più basso perché fra quelli che sono di guardia, compresi gli autisti, e quelli che lavorano al comando in cucina, mancano sempre una quindicina di persone.”
Era tutto così diverso da come avevo immaginato, dopo aver trascorso un mese a Chieti.
In breve, le cose funzionavano così: si abitava e si mangiava al fortino, ma si lavorava in altri posti che dovevano essere raggiunti con il camion. Erano due, che facevano la spola tutto il giorno da un capo all’altro della caserma (chiamiamola così per facilità) accompagnando i militari in qua e in là. Si potrebbe provare a descrivere quel posto in questo modo, andando da sinistra a destra: c’era il fortino, poi un hangar (detto Saporiti) dove c’era l’armeria, alcuni magazzini ed un primo corpo di guardia.
Per andarci, bisognava oltrepassare i due cancelli che avevo già visto la sera precedente, all’interno dei quali c’era un aero club privato.
Proseguendo ancora verso destra si incontrava l’ingresso principale della caserma (detto Centrale), con una baracca di legno vicino all’ingresso ed un piccolo parcheggio per le auto. Andando ancora oltre c’era il comando (detto Comando), con gli uffici e le abitazioni per ufficiali e sottufficiali. Infine, lì vicino, un altro hangar (detto Taliedo), all’interno del quale si riparavano gli strumenti militari, ad esempio i missili; all’esterno c’era il deposito degli automezzi, l’officina ed un altro corpo di guardia.
Questi quattro blocchi, dislocati lungo circa due chilometri, costituivano ciò che prendeva il nome di Reparto Riparazione e Rifornimento Missili di Montichiari, più brevemente detto Rep. Rip. Rif. Montichiari, e noi facevamo parte dell’Artiglieria Missilistica.
A dirla così sembrava un corpo speciale, uno di quelli composti da gente scelta, super intelligente e con gli attributi, ma in realtà non era in questo modo.
Il mio primo incarico fu al Saporiti, in magazzino, dove mi dovevo occupare della contabilità agli ordini del maresciallo Badia e del sergente Dell’Orso, due persone dall’animo gentile. Federico invece andò a lavorare al comando, in ufficio; anche Giorgio fu destinato lì, ma in cucina ufficiali, così con lui cominciammo a vederci poco, poiché era distante e rientrava molto tardi la sera.
Ma il mio incarico definitivo era quello di autista e sapevo che quel posto di contabile sarebbe stato provvisorio. Mi dispiaceva un po’, ma gli anziani dicevano che essere autista era meglio che essere caporale, perché si facevano poche guardie, si aveva la possibilità di uscire dalla caserma e anche la possibilità di dormire fuori, se eravamo destinati al giro per prelevare e riaccompagnare  gli ufficiali alle proprie abitazioni.
Nel frattempo, però, ero di guardia un giorno sì e un giorno no, ed era per tutti così.
I giorni trascorrevano senza che uscissimo dalla caserma.
Quando non ero di guardia, la sera, al rientro dopo il lavoro, spesso giocavo a calcio in un campino situato sul retro del fortino. Quel campo era sempre gremito di militari che volevano giocare. Così imbastimmo un sacco di mini tornei a squadre. Poi, dopo la partita, una doccia, un po’ di relax e quindi a cena.
Provai ad uscire per andare in paese, pur sapendo che non c’era niente di interessante da vedere, ma il fatto di dover fare l’autostop oppure andare a piedi, non mi allettava. Una sola volta arrivai a Castenedolo, ma poi rinunciai e non uscii più fino alla mia prima licenza.

lunedì 9 gennaio 2012

Quattro passi... con Ben - Sessantesima puntata

Ci accolse un maresciallo, il maresciallo Sartori, una persona dalla faccia gentile e dai modi garbati.
“Non fateci caso, l’accoglienza è sempre così, ma qui starete bene. Certo, a casa vostra sareste stati meglio, però vi posso dire che qui non c’è nonnismo, che è una piccola caserma, infatti siamo in tutto circa una settantina di militari, e per la maggior parte siete tutte persone scelte, insomma, dovreste essere tutti bravi ragazzi.”
Quello che diceva contrastava con quanto avevamo visto nel fortino e non sapevo se lo diceva per tirarci su oppure se era davvero in quel modo.
“Siete arrivati più tardi del previsto” continuò. “Però vi abbiamo lasciato qualcosa da mangiare. Purtroppo è freddo, ma domani andrà meglio. A proposito, qui si mangia meglio che a Chieti, così dicono gli altri.”
Era una buona notizia.
Mangiammo dei panini con degli affettati, accompagnati da insalata di pomodori, e acqua minerale gassata (parecchio gassata, le bollicine sembravano palline da ping pong). Eravamo talmente affamati che anche quel poco cibo ci sembrò buonissimo.
I panini, le classiche rosette, erano veramente buoni, e restarono il fiore all’occhiello della cucina della caserma per tutto il resto del periodo. Anche l’insalata rimase una costante, tant’è vero che una volta congedato ho rifiutato di mangiarla per alcuni anni.
“Coraggio, dopo aver mangiato vi accompagnerò nelle camerate, così potrete spogliarvi e fare una bella doccia” disse il maresciallo.
“La doccia? A quest’ora?”
“Certo, ve l’ho detto, qui starete bene. I bagni e le docce sono all’interno del fortino, e ne potrete usufruire in tutti i momenti che vi è permesso di stare nelle camerate.”
“Questa sì che è una bella notizia” disse uno di noi.
Mangiammo ancora più in fretta per poter andare a lavarci.
“Chissà cosa ci aspetta su, dopo la bella accoglienza” ci domandavamo.
“Tranquilli, il cane che abbaia non morde” riprese il maresciallo. “Molti di loro saranno già a letto, ma nessuno vi darà fastidio.”
E infatti andò in quel modo.
Sembrava tutto inverosimile: una caserma in cui non si fanno scherzi ai nuovi arrivati, dopo aver sentito sempre storie di nonnismo dalla maggior parte dei congedati che avevo conosciuto. Era troppo bello per essere vero. Ed in effetti, anche nei giorni successivi, non si verificò niente. Solamente alcuni mesi più tardi alcune teste un po’ più calde provarono a fare i nonni, ma a quel punto le burbe erano altre e quindi non riguardava più il nostro scaglione, il 5^ 1985.
Mi assegnarono una branda nella prima camerata.
Io e Giorgio, di Sergnano, una frazione di Crema, ci ritrovammo insieme, mentre Federico, il pistoiese, finì in terza camerata. Avrei preferito andare con lui, per affinità di provenienza. Ma anche Giorgio si dimostrò in seguito un grande compagno di sventura al quale mi affezionai molto.
Ci spogliammo, sistemammo la nostra roba (poca) negli armadietti e poi andammo a fare la doccia. La voglia di essere freschi e puliti era più forte del sonno accumulato, così approfittammo di quella acqua calda, che a Chieti non avevamo mai potuto provare, restando sotto la doccia il più a lungo possibile.
Una cosa che notammo era l’assenza del piantone. Se non c’era un servizio di sorveglianza interno alle camerate significava veramente che la situazione era tranquilla.
Finalmente andammo a letto.
“Speriamo di dormire. Sono a pezzi. E speriamo bene. Buonanotte Giorgio.”
“Buonanotte, Roberto.”
“Allora, volete fare silenzio?” disse una voce biascicata ed insonnolita. “Le sei e mezzo arrivano presto, sapete!”
“Sì, sì, buonanotte.”
Così terminò il 28 luglio, o per meglio dire, iniziò il 29, visto che era già notte fonda.

martedì 3 gennaio 2012

Quattro passi... con Ben - Cinquantanovesima puntata

Fummo accompagnati alla stazione di Chieti. Lì c’era un treno speciale che avrebbe portato tutti quanti nei rispettivi luoghi di destinazione, attraversando l’Italia da sud a nord.
Anche quella giornata, inutile dirlo, era incandescente. La temperatura era alta fuori, ma soprattutto sul treno, ed il fatto di essere vestiti con la divisa da festa, cioè in pantaloni, giacca, camicia e cravatta, peggiorava ancora di più le cose. In breve tempo eravamo tutti bagnati dal sudore.
Ad ogni stazione in cui il treno si fermava, urlavamo ai venditori ambulanti di venire a darci delle bottiglie d’acqua, perché non potevamo scendere.
Di fermata in fermata arrivammo alla stazione di Brescia verso le 21,30, forse un po’ più tardi, perché era già buio.
Eravamo stanchi, affamati, bagnati di sudore, ma dovevamo aspettare ancora un po’ prima di arrivare alla nuova caserma. Ognuno di noi prese il proprio zaino e poi fummo accompagnati fuori dalla stazione dove ci attendeva un piccolo pullman dell’ esercito.
Scese un sottotenente che fece l’appello, invitandoci  a salire velocemente, perché c’era ancora da fare un tragitto di strada di circa mezzora.
Non si arrivava mai.
Finalmente partimmo. Pochi chilometri, il tempo di uscire dal centro di Brescia, e tutto divenne scuro. Avevamo preso una strada completamente immersa nel buio, poche case e tutta campagna. Sembrava di essere entrati in un tunnel senza impianto di illuminazione.
Eravamo un po’ frastornati, nessuno aveva voglia di parlare. L’unica cosa che si sentiva dire era sempre la stessa, detta a più riprese da qualcuno:
“Ma dove stiamo andando?”
Cercavamo di guardare fuori dai finestrini, oltrepassando il riflesso della nostra faccia nel vetro, tentando di intravedere qualcosa, ma era tutto inutile.
Poi ad un certo punto, dopo essere sempre andati per quella lunga strada dritta, incontrammo un paese e poco dopo uscimmo dalla provinciale per imboccare una strada molto stretta, con curve a novanta gradi. L’autista del pullman dovette rallentare l’andatura per non rischiare di finire fuori strada.
Le nostre facce erano ormai diventate dei punti interrogativi. Ci guardavamo l’un con l’altro domandandoci con gli occhi: “Ma dove ci portano?”
“Quanto manca?”
“Ormai manca poco, ma non preoccupatevi, vedrete che accoglienza!” rispose il sottotenente.
Cominciai a pensare alle parole che mi aveva detto il militare amico di Amedeo quando ero a Chieti: “Montichiari è più lontano, ma si dice che lì si stia meglio.”
Ma, con tutto lo sforzo che potessi fare, non riuscivo a immaginare a cosa si riferiva quel “meglio”.
Poi, all’improvviso, apparve una luce. Ci fermammo apparentemente in mezzo alla campagna di fronte ad un cancello di ferro. Un faro ci puntò contro illuminandoci ed una persona arrivò ad aprire.
“Ci siamo, siamo a casa!” urlò con grande entusiasmo il sottotenente, con tono goliardico.
Si intravedeva nel buio l’ombra di un capannone. Il faro ci seguì ancora per pochi metri.
Costeggiamo quel capannone, ma non riuscivo ad intravedere niente che potesse assomigliare ad una caserma. Ancora un cancello. Questa volta fu il sottotenente ad aprire e poi, immediatamente dopo aver fatto passare il pullman, a richiuderlo. Dopo pochi metri, ancora un altro, stessa manovra.
“Vai, vai, corri!” disse risalendo all’autista.
Questi accelerò, e avvicinandosi ad un edificio cominciò a suonare il clacson.
Doveva essere il segnale per “l’accoglienza”.
Il pullman entrò dentro a questo edificio.
“Burbe” (così venivano chiamati i nuovi arrivati) disse il sottotenente. “Burbe, questa è la nostra caserma, noi la chiamiamo fortino.”
E infatti aveva proprio quell’aspetto.
Era a forma rettangolare, con le camerate disposte tutte intorno ad un cortile, al primo piano, mentre al piano terra c’era qualcos’altro che al momento non riuscivo ad identificare.
Fra i due piani c’era una terrazza che girava ininterrottamente per tutto il cortile, a forma rettangolare. E tutti erano lì in piedi ad urlarci:
“Burbe, dovete impazzire!” gridava uno.
“Morire, con più di 300 giorni all’alba!” gridava un altro.
“Guarda la stecca del nonno, burba!” ancora un altro.
Eravamo ancora seduti dentro, guardandoci intorno per capire che aria tirava lì fuori, ma nessuno osava scendere per primo. Dai nostri seggiolini guardavamo le persone urlanti sulla terrazza, girando la testa su tutti lati.
Quella era “l’accoglienza”. La caserma era tutta lì.
Volevano intimorisci con quelle urla, far valere l’anzianità e far capire chi contava di più.
“Oh, volete scendere burbacce?!” urlò il sottotenente. “O vi siete già cagati sotto, eh?”
Presi lo zaino e fui il primo a scendere, in mezzo al cortile, proprio nel mezzo, come nel cerchio del centrocampo di uno stadio.
“Mutismo e rassegnazione!” gridò uno.
“Dovete dormire preoccupati, avete capito, aah?” questo era in siciliano doc.
Una volta scesi, ci fecero entrare direttamente nel ristorante, mentre il pullman ripartì.

domenica 1 gennaio 2012

Concerto di Capodanno al Rifugio


Una vecchia tradizione di famiglia è quella di seguire il concerto di Capodanno da Vienna.
Non sono un amante di quel tipo di musica, ma in questo giorno è un richiamo al quale non riesco a resistere e che, da anni, riesce a farmi sognare.

Che l'anno nuovo possa cominciare a ritmo di marcia!