Avevo voglia di misurarmi con un libro vincitore di un premio. E questo ha vinto il Bancarella del 2025.
Sono
stato conquistato dal titolo, un po’ perché mi piace e un po’, forse, per
deformazione professionale, con quella pianta che ho conosciuto come Citrus Aurantium tanti anni fa, e che, insieme ad altre
essenze, mi fece penare non poco per ricordarne il nome.
L’inizio
non è stato facile e devo ammettere che la lettura procedeva lentamente. L’uso
del Siciliano mi costringeva spesso ad andare a leggere il glossario,
opportunamente messo nelle ultime pagine. Ho pensato di mollare, facendo
un’ipotesi, o meglio, una proporzione matematica: stai a vedere che i vincitori
stanno a me come l’uva sta alla volpe.
Poi, ho
lasciato perdere il glossario e mi sono lasciato conquistare dalla musicalità
del dialetto, perdendo il significato di qualche parola, ma intuendo gli eventi
narrati in quelle frasi.
Ho
resistito e ne è valsa la pena. Un bel romanzo e un gran bell’esordio per
l’autrice.
La
trama, il significato, le recensioni e tutto il resto li lascio a Internet: di
questo libro è scritto dappertutto.
A me resta la bella sensazione di aver letto qualcosa di bello, in cui l’autrice non ha semplicemente documentato una realtà storica, ma l’ha resa viva, trasmettendone tutta l’ingiustizia e il peso, per certi versi soffocante.

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