C’è un momento che non compare in nessuna guida per autori.
Non è l’attesa, non è la speranza: è il silenzio.
All’inizio
lo chiami tempo tecnico, poi lo chiami pazienza. Poi inizi a guardarlo negli
occhi.
Il
silenzio non risponde.
Non conferma, non rifiuta. Non dice “non ora”,
non dice “mai”.
Resta sospeso come una stella lontana che non sai
se sia ancora viva o già spenta.
Ho
inviato parole. Proposte. Idee.
Ho immaginato sale, sedie, luci accese, libri
aperti.
E poi è arrivato lui: vasto, compatto,
impeccabile.
All’inizio
pensavo fosse vuoto, poi ho capito che era pieno.
Pieno di possibilità non scelte, di messaggi non
scritti, di decisioni rimandate.
Una galassia invisibile che non fa rumore.
Il
silenzio non ti ferisce apertamente.
Ti lascia lì, in una stanza senza eco, ad
ascoltare il battito delle tue stesse aspettative.
Eppure,
a forza di guardarlo, ho iniziato a distinguere delle luci, piccole, distanti.
Non erano risposte. Erano domande nuove.
Scriverò
ancora?
Proporrò ancora?
Ci crederò ancora?
Il
silenzio non è un muro.
È un cielo notturno che non ti restituisce la
voce, ma ti obbliga a cercare le stelle.
Forse
ogni autore, prima o poi, deve attraversare questa costellazione.
Non per ottenere conferme, ma per misurare la
propria luce.
E
così resto qui, non in attesa di un sì, non per paura di un no,
ma per un segno, un’eco, un battito di risposta.
Con
il mio libro tra le mani, sotto questo cielo immobile,
a contare le stelle che non rispondono
e a scoprire che brillano comunque.
